Attualità News dal '900 Slider

90 anni fa l’attentato dell’anarchico Zamboni a Benito Mussolini

Era una fredda sera del 31 ottobre 1926 a Bologna. Un folto gruppo di camicie nere percorreva le strade della città in occasione della commemorazione della Marcia su Roma, l’evento posto a simbolo dell’ascesa del fascismo in Italia e organizzato dal Partito Nazionale Fascista nella Capitale quattro anni prima.

Zamboni MussoliniImprovvisamente partiva un colpo di pistola che sfiorava il petto del capo del governo Benito Mussolini. Nella concitazione generale, la folla si mosse a cerchio intorno a un ragazzino: in pochi attimi il giovane veniva braccato e bloccato dagli squadristi che mortalmente lo linciarono seduta stante. Il ragazzo aveva soli quindici anni e si chiamava Anteo Zamboni.
Le ragioni che spinsero il giovanissimo anarchico ad attentare alla vita di Mussolini probabilmente avevano radici nella rabbia nata e cresciuta nell’animo del Zamboni all’indomani della radicale conversione del padre da oppositore del Regime a simpatizzante mussoliniano fino a divenire tipografo di fiducia del bolognese per quel che riguardava la stampa dei fogli di propaganda fascista.

All’indomani del fallito attentato, che incrinò in maniera consistente l’autoritarismo del nuovo Stato, le indagini propenderono inizialmente a scovare i mandanti del gesto, per poi ipotizzare che la decisione dell’attentato fosse maturata tra le frange fasciste avverse alla normalizzazione teorizzata da Mussolini e che, dunque, Zamboni fosse stato soltanto vittima del caso avverso. Infine si fece leva sul passato di anarchico del padre del giovane, Mammolo Zamboni, e sulla zia Virginia Tabarroni che furono individuati come ispiratori dell’insano gesto che costò la vita all’adolescente.
Il processo vide il padre e la zia del giovane subire una condanna a trent’anni di prigione per aver influenzato le idee del Zamboni. Qualche tempo dopo, nel 1932, Mussolini graziò i due condannati.
Ad Anteo Zamboni la città di Bologna ha dedicato un’arteria principale del centro e una lapide in Piazza Maggiore.

Antonio Pagliuso

Pubblicità

Pubblicità