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Cavallosa, vent’anni fa l’omicidio della banda dei sassi

Sera di venerdì 27 dicembre 1996. Autostrada A21 Torino-Piacenza, nota anche come l’autostrada dei vini. Una Mercedes 190 viaggia in direzione Torino con a bordo una giovane coppia di sposi: Lorenzo Bossini, trent’anni, geometra, e Maria Letizia Berdini, impiegata di trentun’anni. Entrambi lavorano a Brescia e, dopo gli abbondanti pranzi natalizi, si dirigono nel capoluogo piemontese da alcuni amici, con cui partiranno per trascorrere il capodanno a Parigi. Gli sposini ingannano il tempo ridendo, ascoltando musica, parlando del Natale appena trascorso e del fantastico capodanno parigino che li attende.
Di colpo, un frastuono scuote l’abitacolo: Lorenzo Bossini, alla guida del mezzo, si ritrova improvvisamente in una tempesta di vetri, ma riesce a mantenere il controllo della Mercedes e a inchiodare dopo qualche interminabile secondo.
L’auto è appena passata sotto un viadotto nelle vicinanze di Tortona, nell’alessandrino, precisamente in località Cavallosa. Bossini, tremante di paura, si volta verso la moglie: Maria Letizia sembra svenuta con la testa e il corpo chinati contro la portiera del lato passeggero. L’uomo la scrolla per vedere come sta e si troverà dinanzi una scena che non dimenticherà mai. «Ho cercato di chiamarla – dirà –, le ho raddrizzato il capo, ma le mancava tutta la parte sinistra e il cervello era sulle gambe». (Ansa, 11 marzo 1998).

Maria Letizia Berdini

Dal ponte della Cavallosa, quella sera del 27 dicembre 1997, qualcuno ha lanciato un sasso che ha sfasciato il parabrezza della Mercedes colpendo in pieno la testa della signora Berdini. Lorenzo Bossini esce dall’auto in preda alla disperazione e vede che altre macchine sono ferme sulla strada. Saranno una decina le pietre lanciate dal cavalcavia in circa dieci minuti di follia. Alcuni testimoni parleranno di quattro o cinque ombre avvistate sul viadotto al momento della tragedia.
Sarà appurato che il sasso che uccise Maria Letizia Berdini pesava due chili e settecento grammi e che al momento del mortale impatto con il cranio della donna aveva una potenza di centocinquanta chili.
Partì, lungo la zona che va da Alessandria a Pavia, la caccia al gruppo di delinquenti, ribattezzati dai giornalisti la banda dei sassi. La risonanza mediatica della notizia provocò, però, un effetto incredibile: per tutta Italia prese piede una sorta di emulazione delle “prodezze” compiute quella maledetta sera dal cavalcavia della Cavallosa. Le autostrade italiane diventarono un vero campo minato: nel giro di due mesi circa quattrocento lanci di massi vennero denunciati.
Ritornando alla banda della Cavallosa, si scoprirà che la sera del 27 dicembre non risultava la prima volta che i criminali si incontravano per lanciare i sassi. Nei mesi precedenti, infatti, altre denunce erano giunte in merito a questo “passatempo” perverso, ma, mancando vittime, in un atteggiamento tipico italiano, il tutto svanì come una bolla di sapone. Dopo un’intricata inchiesta segnata da arresti, proscioglimenti, ritrattazioni da parte di testimoni e durante la quale anche il procuratore della Repubblica a Tortona Aldo Cuva fu costretto a dimettersi per alcuni illeciti compiuti nelle indagini, saranno individuati nei fratelli Paolo, Alessandro, Gabriele e Franco Furlan e nel cugino Paolo Bertocco i colpevoli dell’omicidio di Maria Letizia Berdini.

I fratelli Furlan

Per loro la condanna equivalse a 18 anni e quattro mesi di reclusione. Importante fu il contributo, seppur caratterizzato da tante versioni, dell’ex fidanzata del Bertocco, presente la sera del folle e mortale gesto. Altre tre persone, che secondo varie testimonianze risultavano presenti il venerdì del misfatto, non furono mai individuate. Da allora tutti i cavalcavia delle strade d’Italia sono stati numerati e su tutti i viadotti sono state installate delle barriere di protezione.

Antonio Pagliuso

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