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Cinquantanni di Lamezia. Perché Costantino Fittante disse ‘no’ all’unione dei tre Comuni di Nicastro, Sambiase e Sant’Eufemia

Conclusa la narrazione su come si giunse storicamente alla nascita del Comune di Lamezia Terme, come già preannunciato dedicheremo ampio spazio ad uno dei protagonisti ancora viventi di quella stagione della nostra città, l’on. Costantino Fittante (già parlamentare nonché consigliere regionale) che, negli anni Sessanta fu sindaco di Sant’Eufemia Lamezia e strenuo oppositore alla unificazione amministrativa.

Costantino Fittante - LameziaTerme.it
L’On. Costantino Fittante

Attraverso una intervista rilasciata nel 2006 su questo argomento, e da cui è estratto questo articolo, cercheremo di capire perché Fittante non sostenne la conurbazione dei tre ex Comuni di Nicastro, Sambiase e Sant’Eufemia opponendosi la nascita di Lamezia Terme.
Alla prima domanda, in cui si chiede all’ ex parlamentare perché si espresse a sfavore dell’unificazione amministrativa, Fittante risponde che “i consigli comunali di Sambiase e Nicastro non hanno mai votato a favore o contro, e che solo con il decreto attuativo di istituzione del nuovo comune si chiese il parere su dove allocare la sede del nuovo municipio”.
A Sant’Eufemia dopo la presentazione della legge di fusione, il 5 dicembre del 1963 si discusse approfonditamente della ipotesi e si presentarono i seguenti argomenti per sostenere la contrarietà alla fusione: la nascita di Lamezia distraeva la popolazione dai veri problemi e si presentava l’unificazione come una panacea che avrebbe risolto quasi subito i problemi che vigevano.
Lamezia sarebbe stata una mera sovrastruttura amministrativa senza una vera idea di sviluppo della nuova realtà. E, ancora, Lamezia nasceva senza un confronto fra i proponenti (Salvatore Perugini e Salvatore Foderaro) e gli altri attori sociali (forze politiche, sindacati, associazioni di categoria, etc).
Anche la stessa Democrazia Cristiana nicastrese era divisa sulla conurbazione di Lamezia. Per Fittante, “sostanzialmente quello di Perugini era un atto demagogico”.
Oltre alle critiche però si fecero anche delle proposte alternative partendo dalle realtà produttive esistenti nel territorio lametino, chiedendo di riformarle e modernizzarle. Veniva anche reclamato un piano regolatore  intercomunale per dare spazio a progetti di sviluppo agricolo, industriale, turistico e di servizi.
Veniva auspicata la nascita di due consorzi intercomunali: uno per la promozione e il sostegno alle associazioni e alle cooperative che agivano in ambito agricolo e un altro consorzio per la valorizzazione turistica del litorale, dell’entroterra collinare e delle terme di Caronte. Altra istanza era quella di potenziare il consorzio industriale, anche attraverso un documento di indirizzo concordato  fra le diverse forze politiche presenti nel Consiglio provinciale di Catanzaro.
Si pensava anche di unificare e potenziale i servizi esistenti e realizzarne dei nuovi in campo sociale e culturale. Alla seconda domanda sul “perché nel 1967 la proposta di legge sull’istituzione di Lamezia Terme, dopo esser stata accantonata nel 1964 venne ripresa e varata in poco tempo, Fittante rispose che fu grazie al decisivo intervento di monsignor Renato Luisi, allora vescovo di Nicastro.
Il prelato intervenne tempestivamente in quanto si prospettava la seria eventualità che la diocesi nicastrese potesse essere soppressa e quindi accorpata a quella di Catanzaro. Per evitare ciò, mons. Luisi scrisse un dettagliato memorandum contro la soppressione e, fra le diverse tesi, espresse anche quella che a breve sarebbe sorta una grande città di servizi, Lamezia (vedi 3 parte storia nascita Lamezia Terme).
Alla terza domanda in cui si ricorda che nel 1975 nacque un comitato che reclamava il ritorno ai tre ex Comuni di Nicastro, Sambiase e Sant’Eufemia, Fittante rispose che il sodalizio fu fondato a Nicastro da parte di professionisti di diverso orientamento politico. Ma tale iniziativa non ebbe sostegno né da parte delle forze sindacali, né dai partiti. Nemmeno il Pci sostenne questa iniziativa definendola come “una strumentalizzazione”.
Lamezia era ormai realtà e non si poteva tornare indietro: bisognava proporre delle azioni concrete per migliorare la situazione.
Intanto il Comitato cercò di raccogliere le firme per proporre un disegno di legge di iniziativa popolare per sciogliere Lamezia Terme, ma non riuscì a raccoglierne più di 1.500. Inoltre, anche se si fosse riuscito a raccogliere un cospicuo numero di firme, la regione Calabria ancora non aveva varato una legge che disciplinasse le fusioni/scioglimenti amministrativi tramite referendum popolare.
Alla quarta domanda in cui si chiese a Fittante se i ‘no’ al comitato di scioglimento di Lamezia fossero stati frutto di una scelta realistica o di pentimento ai ‘no’ sostenuti negli anni Sessanta contro la nascita di Lamezia Terme, Fittante rispose che il suo ‘no’ fu di realismo politico, tant’è che propose la creazione di consigli di quartiere nel nuovo comune di Lamezia Terme “per evitare che l’unificazione divenga una pura e semplice aggregazione di territori e di popolazione”, nonché di 9 proposte concrete che erano: Piano interventi ammodernamento e valorizzazione risorse agricole; modifica piano regionale, assetto territoriale affinché Lamezia Terme poteva essere suscettibile di sviluppo urbano, industriale, agricolo e turistico; modifica del piano nazionale di sviluppo economico (Piano Pieraccini) affinché Lamezia Terme avesse investimenti massici per il settore agricolo;
richiesta al ministero delle Politiche agricole dell’assegnazione di un contingente per la produzione di zucchero nello stabilimento di Sant’Eufemia, e quindi per la riapertura della struttura; impegno dell’Ente di sviluppo agricolo per la riattivazione del conservificio;
confronto per lo sviluppo urbanistico della nuova città; accelerazione della proposta di legge per avere la sede dell’Università della Calabria a Lamezia Terme; immediato avvio dei lavori per l’aeroporto; investimenti concreti per migliorare i servizi e realizzarne di nuovi, come le case popolari.
Alla quinta domanda in cui si chiese se alla nascita di Lamezia Terme dovesse seguire anche la creazione della provincia di Lamezia, Fittante rispose dicendo che “con la nascita di Lamezia dovevano sorgere tante altre realtà (aeroporto, università, capoluogo di Regione), ma i dubbi sopraggiunsero subito dopo l’unificazione”.
Infatti un giornalista, Renato Borelli, definì Lamezia un “Monumento legislativo” vuoto, senza la concreta presenza di quei progressi che si ci aspettava dalla sua istituzione.
Anche il senatore Perugini ammise, qualche anno dopo, delusione e amarezza per le occasioni mancate, dimostrando che il progetto Lamezia fu una visione astratta, piena di speranze, ma priva di concrete possibilità di riuscita.
Alla sesta e ultima domanda, in cui si chiede se a 38 anni dalla nascita di Lamezia (ricordiamo che l’intervista da cui è tratto questo articolo è del 2006) Fittante, potendo ritornare indietro nel tempo, avesse agito allo stesso modo, l’ex sindaco di Sant’Eufemia rispose di si.
In pratica Fittante avrebbe avuto lo stesso atteggiamento,  poiché aveva colto le problematiche che sarebbero sorte con l’unificazione e le mancate opportunità di sviluppo concreto. Egli enumera, fra le tante, la mancanza di un piano regolatore della città unificata per un ventennio che ha prodotto 15 mila casi di abusivismo edilizio, l’instabilità amministrativa ereditata dall’ex comune di Nicastro, vuoti di potere che hanno costretto ad improvvisazioni nel governo cittadino, mancando di creare così una città nuova che fosse stata sede di democrazia e di socializzazione.
Al contempo, Fittante, ha enunciato anche alcuni aspetti positivi quali l’ampliamento dei servizi offerti, nuove opere pubbliche, nascita di numerose iniziative culturali e associative, cuciture dei rapporti con i comuni vicini, attenzione alle periferie.

Matteo Scalise

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