Clapping. Teatro e dintorni

Come naufraghi

Lamezia Terme, venerdì 17 febbraio 2017. TIP, nuovo spazio teatrale della città lametina voluto da Dario Natale della compagnia Scenari Visibili e direttore artistico della storica rassegna di drammaturgia contemporanea Ri crii giunta alla sua XIV edizione.

L’uomo nel diluvioUn teatro fuori dallo spazio sacro del Teatro. Un teatro abitato in una dimensione quasi domestica con un foyer/biblioteca e una sala per le rappresentazioni.

In scena L’uomo nel diluvio con Valerio Malorni, idea testo regia Simone Amendola e Valerio Malorni. Spettacolo vincitore del Premio IN-BOX 2014 e finalista al Premio Scenario 2013.

Buio. Pioggia. Lui in gessato blu, in piedi su un tavolo stringe un grande orologio. Silenzio. Il tempo è sospeso e poi inizia il diluvio. Nell’anno 601 della vita di Noè il secondo mese, il diciassette del mese, in quel giorno irruppero tutte le sorgenti del grande abisso e le cateratte del cielo si aprirono… Strana coincidenza venerdì 17, febbraio secondo mese dell’anno.

Grazie a Noè noi siamo qui a guardarci negli occhi… Nell’anno 30 della vita mia c’è l’anno 3 della vita di mia figlia. Contro questo diluvio parto.  Non posso farla crescere qui… Devo partire. Qualcuno mi aiuti. Qualcuno che non sia Dio. Salvami. Salvatemi. Salviamoci…  70minuti70 (quasi) ininterrotti di parole rovesciate come pioggia sottile e incessante. Piove, senti come piove. Parole non dette, lette, recitate, urlate, sussurrate, cantate, registrate. Piove. Der mann. Die frau. L’uomo. La donna. Nudi come nel paradiso terrestre. Togliersi gli abiti di scena e recitare in slip e canotta. Reperire, allora, gesti, voce e toni non d’attore, se possibile, ma di acqua. Acqua piana, calma. Sintonizzare la calma e il silenzio dello stare a galla con il tumulto che si cela sotto la superficie.

Tutti a Berlino. Guida pratica per italiani in fuga” di  Simone Buttazzi e Gabriella Di Cagno. Manuale di sopravvivenza per chi decide di trasferirsi nella capitale tedesca. Non è una guida turistica. Trasferirsi da un paese all’altro significa andare alla deriva. Intanto in sottofondo  Addio, addio amore, io vado via / amara terra mia, amara e bella. E sullo sfondo la sagoma in cartone di un’arca. Ora come glielo dico a mia moglie che pioverà per 40 giorni e 40 notti? E così le parole diventano duttili e sferzanti come acqua e col medesimo movimento infiltrativo penetrano sotto la pelle. È il diluvio universale versus il diluvio sociale, generazionale e teatrale. Noè vuol dire riposo. Io voglio il lunedì del teatro e dei parrucchieri. Io faccio teatro nel diluvio. Perché non partite? Perché non restate? Di che giorno cade la vostra domenica? Non partite perché non avete tempo di pensare di partire. Non restate perché non avete tempo di pensare di restare… il problema non è il diluvio, è la nebbia. Io cerco qualcuno che non si senta Dio. Avete 30 secondi. Cosa salvate della vostra vita in 30 secondi?…

Cambio d’abito. Ora indossa un saio da frate (trappista? Anche se non ci ricorda che dobbiamo morire). Il ticchettio di un orologio batte il tempo e, in sottofondo, la musica sudamericana de La colegiala accompagna le immagini di una Berlino “da bere”  che si rincorrono senza soluzione di continuità sulla superficie dell’arca.

La fisarmonica della distanza suona una musica dolente ma calda.  Sono ancora parole che vorticano e s’increspano mentre lui è con i piedi nella neve e il cuore sotto una bella maglia della Decathlon. Berlino funziona ma se non riesci a piangere la fisarmonica della distanza ti uccide. Inshallah! Se Dio vuole. Io che sono sempre stato a Roma. Una città-stato. Una città tutto… Prima di venire a Berlino stavo preparando qualcosa sull’urgenza di partire. Con una barca di cartone…

Berlino, istituto di Cultura Italiana “Appositamente da Roma, al posto del polacco Kiesnam (?)Valerio Maroni presenta Diluvien!”… Alle prime prove mi sentivo inutile. Qui tutta l’acqua è neve mentre da noi è nebbia… Un successo! Anche il critico dello Spiegel gli dedica un pezzo.

In questo continuo gioco di sconfinamenti e contaminazioni, interazione con il pubblico, sovversione delle regole e rifiuto delle (im)posture della prosa, metafisico e metateatrale che confonde i piani della scrittura drammaturgica “incorniciando” il racconto disarticolato dello spettacolo agito hic et nunc nella dura compostezza di un discorso Nel prologo mi piazzo al centro con un orologio e gli faccio condividere l’attesa… mutuando il movimento della risacca (ancora acqua!) che avanza e si ritrae, si dilata e si contrae, sfugge per poi tornare, Malorni si offre agli spettatori in corpo e parola ma senza il narcisismo del fine dicitore. Il suo dire è l’urlo soffocato di chi per necessità e per “dignità”, e non per scelta, deve andare “sperso” per il mondo per cercare di superare la condizione di perenne precarietà in cui questo nostro  Paese ci costringe a vivere Si dovrebbe migrare verso Sud e invece andiamo a Nord. Si dovrebbe andare verso il sole e l’amore e invece si sopravvive dove c’è neve e rigore… In questo esilio non volontario, Berlino, modello di efficienza, con la sua scuola europea bilingue italiana e tedesca, le gite ben organizzate e i contributi sociali per bambini e adulti,  diventa (per moda? per caso?) la “terra promessa”, quello che era stata l’America del secolo scorso per i tanti italiani emigrati.

Così sulle nostalgiche immagini finali di un Gene Kelly in bianco e nero che canta “Singin’ in the rain”, annaspando in questo diluvio di parole, lasciamo lo spettacolo come naufraghi che cercano disperatamente un tronco a cui aggrapparsi “Rari nantes in gurgite vasto”.

In attesa della “nostra” domenica.

Giovanna Villella

[foto di scena Angelo Maggio]

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