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Un Dapporto grande grande per un borghese piccolo piccolo

Lamezia Terme, 25 gennaio 2018, Teatro Comunale Grandinetti. In scena, per la Stagione di Teatro organizzata da AMA Calabria con il patrocinio della Citta di Lamezia Terme, lo spettacolo Un borghese piccolo piccolo tratto dall’omonimo romanzo di Vincenzo Cerami con Massimo Dapporto, Susanna Marcomeni, Roberto D’Alessandro, Matteo Francomano, Federico Rubino e con le musiche originali di Nicola Piovani. Regia di Fabrizio Coniglio.

Un racconto di ordinaria quotidianità per un commedia nera che mette in scena vaghe e inquietanti atmosfere drammatiche, una straordinaria tenuta del linguaggio teatrale condensato in un atto unico, le infinite connessioni di un testo con il suo tempo.

Il décor, firmato da Gaspare De Pascali, è costituito da elementi che rappresentano dei singolari interni/esterni senza soluzione di continuità: un capanno per gli attrezzi in campagna, una cucina, un ufficio ministeriale. I tagli dello spettacolo fanno pensare alle sequenze del cinema con un chiudersi e riaprirsi rapido di flash di luce, quasi che lo spettacolo si proponesse non all’occhio dello spettatore ma a quello di una macchina fotografica il cui otturatore scattasse periodicamente.

In questo volume di buio, solo fasci di luce, nel rigoroso disegno di Valerio Peroni, ad illuminare alternativamente spazi, ambienti e personaggi.

Luce sul proscenio per una tranquilla scena di pesca tra un padre e un figlio che panificano il loro futuro. La meritata pensione per il padre, un posto di lavoro “sicuro” al Ministero per il figlio.
Luce incerta nel capanno degli attrezzi, rifugio trasformato in camera di tortura.
Luce perpendicolare sul tavolo della cucina, spazio di intimità e di dolore.
Luce al neon nell’ufficio ministeriale, fredda e cinica come il burocrate che vi lavora.

Immenso Massimo Dapporto nell’interpretazione di Giovanni Vivaldi. Un personaggio costruito per sottrazione. Sospeso fra coloritura e ironia, realismo e metafisica, mitezza e crudeltà, misurata incertezza e drammatica leggerezza. Una figura che si transustanzia nei particolari, nei piccoli gesti di attenzione come quelli che si ritrovano nel suo amore ingenuamente giovanile nei confronti della moglie o nel tentativo di discuria nei confronti del figlio. Eccessi calibratissimi e movimenti banali ma ricchi di motivazione e di senso. Una esistenza piana, la sua, improntata al “senso del dovere” fino a quella scelta che lo spinge a contravvenire alla propria legge morale per poter aiutare il figlio.

Una scelta che lo sovrasta e lo inquieta come quella enorme porta color arancio al centro del palco che deve varcare per diventare fratello tra i fratelli. Poi l’imprevisto, quella morte “per caso” che lo porta ad una sorta di schizofrenia dell’anima: marito amorevole e lucido torturatore dell’assassino di suo figlio, mantenendone inalterate l’allure e la compostezza di uomo qualunque. Fino alla scena finale che lo restituisce a sé dopo aver ricomposto nella morte il suo universo disgregato.

Commovente l’Amalia di Susanna Marcomeni che ci regala un ritratto di donna di antico pudore. Vita riflessa, la sua, “educata” alla devozione maritale e alla protezione filiale. Vita di attese, scandita dai rientri e dalle uscite dei suoi cari in quel perimetro domestico che è spazio femminile per eccellenza.  Vita che si spegne con un urlo alla notizia della morte del figlio e si calcifica oltre il silenzio, nell’immobilità del dolore con una presa emotiva che fende il buio come una lama.

Grande il dott. Spaziani di Roberto D’Alessandro, metafora perfetta dell’apologia del potere come condizione del sistema sociale. Pachidermico e viscido, sollecito e benefico, persuasivo e intemperante, brusco e clemente è il burocrate corrotto e corruttore. Trascorre la sua vita nel suo microcosmo polveroso tra pile di pratiche inevase laddove quel suo gesto reiterato di ingollare affettati è la voracità dell’homo homini lupus in una comunità dove le leggi umane fanno posto ad uno scatenamento di ruberie e finzioni, di parole che mascherano i comportamenti quotidiani, di idee contrabbandate per ideali. Una afasia di sentimenti dove la scelta registica di connotare il personaggio con un marcato (quanto naturalissimo) accento calabro/cosentino – di per sé caratterizzato da un andamento cantilenante nella curva prosodica – enfatizza il gioco di perenne ambivalenza della realtà.

Tenero il personaggio di Mario nella bella e convincente interpretazione di Matteo Francomano in perfetto equilibrio tra candore e desiderio di non deludere i propri genitori. Di straziante dolcezza il fotogramma che fissa la scena della sua morte in una posa plastica che ricorda Cristo in pietà sorretto da Dio Padre.

Sine verbo ma incisiva la presenza di Federico Rubino nel ruolo dell’assassino soprattutto nella scene di tortura dove il raccapriccio e l’orrore sono risolti ellitticamente con un capovolgimento di ruoli tra vittima e carnefice. 

Nella genialità di una regia rigorosa in cui affiorano essenzialità disadorne, Fabrizio Coniglio ci restituisce un testo che da eccessivo e sovrabbondante nello straordinario romanzo di Vincenzo Cerami si trasforma, qui, in un noir letto in filigrana, una sorta di revenge play con stoccate di ironia tese ad alleggerire la vis drammatica in cui è immersa la vicenda. La pièce sembra, infatti, vivere di una poetica precisa che è quella del “frammento” e durare per “lo spazio di una illuminazione”, fornire stimoli, consolidarsi sui dettagli e svanire.
In questo buio espanso si stagliano le dramatis personae nei bei costumi di Sandra Cardini. Viene così rintracciato l’invisibile filo che lega le parole, le frasi, le une alle altre e si isolano dei segnali che diventeranno poi i segni riconoscibili della rappresentazione. Fra questi la malinconia. Che non è solo dei personaggi ma appartiene ad un universo malato, stanco, esistenzialmente destinato a finire o a riproporre continuamente il suo moto perpetuo. Anche il linguaggio è ripartito su più piani. C’è quello quotidiano, fatuo, a volte indolente; quello tecnico del diritto e della burocrazia; quello alto, sonoro, teatrale della Massoneria e poi c’è quello del silenzio, unico rifugio dalle secche dell’esistenza dove il passato non è altro che la ricostruzione di gesti mancati in attesa della morte mentre le splendide musiche di Nicola Piovani creano un paesaggio sonoro che fa da contrappunto espressivo alle scene.
Uno spettacolo di altissima tensione emotiva e intensità interpretativa.
Applausi lunghissimi e liberatori.

Giovanna Villella

[foto di scena Ennio Stranieri]

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