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Hanno ammazzato un giudice…

hanno ammazzato un giudiceLamezia Terme, 18 maggio 2017. In scena, al Teatro Comunale Grandinetti, Toghe rosso sangue con Sebastiano Gavasso, Diego Migeni, Francesco Polizzi, Emanuela Valiante, regia Francesco Marino, disegno luci Nuccio Marino. La riduzione drammaturgica, liberamente ispirata all’omonima opera del giornalista/scrittore Paride Leporace è di Giacomo Carbone. Lo spettacolo è organizzato dall’Associaziazione teatrale “I Vacantusi” di Nico Morelli e Walter Vasta e dall’Associazione culturale “Strade perdute” di Gian Lorenzo Franzì con il patrocinio del Comune di Lamezia Terme, dell’Associazione Nazionale Magistrati (ANM), dell’AIGA, del Lions Club e dell’Associazione R-Evolution Legalità.

Buio in sala.
Rumori di passi dietro il sipario.
Nel perimetro scenico solo 4 sedie per 4 attori.

Hanno ammazzato un giudice…
Un giudice?
Un giudice.
Non si ammazzano i giudici in Italia.
Pianta. Hanno ammazzato il giudice Agostino Pianta…

Inizia così questo viaggio a ritroso nella memoria e nella morte. Morte che ha volti e nomi. ”…Ed è così che il procuratore capo, il dottor Agostino Pianta non riconosce la morte seduta che lo attende ma le sorride e la fa entrare…” Loris Guizzardi detto il Guisso è il suo carnefice.

È il 17 marzo del 1969, Pianta è il secondo giudice italiano che muore assassinato. Il primo era stato Antonino Giannola, ucciso a Nicosia nel 1960.

Saranno 27 i giudici ammazzati fino alla fine della prima repubblica più uno che scompare.
L’ultimo giudice, Fernando Ciampi, sarà ucciso a Milano il 9 aprile 2015.

 “… giudici assassinati dal loro coraggio e di coraggio ormai non ne ha più nessuno.
I giudici sono sbirri. E se fai lo sbirro puoi morire come tutti quelli che non si fanno gli affari loro.
I giudici non devono farsi gli affari loro…”

toghe rosso sangueSulle note di “Rose rosse” di Massimo Ranieri si dipana la storia delle brigate rosse e la morte del giudice Emilio Alessandrini per mano di Prima Linea narrata da un inserto audio originale e seguita dal toccante monologo del figlio Marco magistralmente interpretato da Diego Migeni “…Poi a mio padre è arrivato il piombo in faccia che è una lama di acciaio incandescente. Non è vero che è un attimo, sono certo che lui se n’è accorto. Acciaio che ti entra dentro e mentre per gli altri era già finito lui ha continuato a sentirlo entrare. Non è vero che non resta nulla, resta tutto. Non vero che resta tutto, non resta nulla. Restano i suoi cassetti, ci trovi le sue penne, una bolletta della luce dimenticata, degli appunti, un fodero degli occhiali, ma non resta nulla di lui bambino, di lui innamorato, di lui davanti a un libro, davanti a un foglio bianco…Un orologio e un cranio scheggiato. Ecco cosa resta di un giudice, di un padre, del suo tempo, di una strada. Alessandrini… Alessandrini, lo chiamavano così a scuola da piccolo. Nessuno lo chiamerà mai più… non andrà più in bicicletta, non andrà più al cinema, non bacerà più mia madre…”

A questo fa da controcanto il monologo di Marco Donat Cattin nella vigorosa interpretazione di Sebastiano Gavasso “…Dove mi trovo oggi non c’è tempo per spiegare, chiedere scusa o rivendicare…è solo un pezzo  di storia che non c’è più. Sono stato anch’io un bambino. Anch’io figlio di un padre… Chiamato Marco, Marcolino testa calda, testa matta. Tuo padre voleva capire e noi non volevamo spiegargli. Era un mondo pieno di sogni e la porta d’ingresso dei sogni a volte ti si chiude davanti… Oggi forse sarei un anziano signore che festeggia il Natale col figlio, coi parenti coi cugini… Oggi forse sarei come te o senza di te. Ma dove mi trovo ora non c’è tempo né spazio per le diverse possibilità… Tutto è già successo e nulla potrà più succedere e non mi va di tornare indietro con la memoria. Non mi va di raccontarti del carcere, delle assemblee, delle paure dei fascisti, dell’oppressione delle masse, dell’odio partigiano… Non mi va di raccontarti qualcosa che se n’è andato via con me, semplicemente perché sarebbe inutile… Ho ucciso come altri hanno ucciso e non ho vergogna da confidarti… Non mi sono mai chiesto che uccidevo perché non era lui che volevo uccidere non era lui che stavo uccidendo. Era altro… uno spazio più ampio in cui uccidevo me stesso e tutto quello che non volevo essere… Se ci vuole coraggio per andare in giro con la schiena dritta come tuo padre, come il tuo giudice, beh, forse io ho avuto il coraggio di mettere la pistola fumante nelle mie mani di ventenne ribelle, senza adagiarmi sulle prole, senza chiedere … Sono stato un boia e ci vuole coraggio anche ad essere un boia e dove mi trovo oggi non c’è tempo né spazio né modo di scrivere una lettera di belle parole. È solo un pezzo di storia che non c’è più. Ho rubato un padre ma ho rubato anche la mia giovinezza. È stato uno scambio alla pari…”

Marco Donat Cattin, nome di battaglia Comandante Alberto, muore poi investito da un auto mentre soccorre un ferito.

Le sedie vengono buttate a terra, con rabbia.

La regia di Marino fa recitare i personaggi a debita distanza, ne spiazza in tal modo i conflitti, ne interrompe i rapporti interpersonali e questo consente di concretizzare scenicamente una grande intuizione registica: proporre i monologhi e i dialoghi in una misura “piana”, scevra da qualsivoglia retorica, e “storica”, nel senso che contiene tutti i segni della contemporaneità.

E poi lo strano destino di Sergio Segio arrestato per diversi omicidi, tra cui quelli di due giudici Emilio Alessandrini e Guido Galli. In carcere inizia a scrivere. Dalle sue memorie viene tratto un film. Nel 2003 gli viene conferito il Premio Rosario Livatino intitolato al giovane magistrato siciliano ucciso dalla mafia a soli 38 anni. Nel 2010 entra a far parte dell’associazione “Nessuno tocchi Caino” che si batte per l’abrogazione della pena di morte in tutto il mondo.

Viene rintracciato l’invisibile filo che lega le parole, le frasi, le une alle altre e si isolano dei segnali che diventano i segni riconoscibili della Storia.

Corre l’anno 1979,  Miguel Bosé canta “Supeman”,  il giornalista Mino Pecorelli viene freddato da un sicario, il cantautore De Andrè viene rapito in Sardegna, Mennea stabilisce il nuovo record del mondo alle Universiadi di Città del Messico, si scopre l’LSD, e l’America si sogna sulle note  di “Hair”.

Mentre le parole de “Il tempo di morire” di Lucio Battisti fanno da prologo all’omicidio di Mario Amato, il giudice dalle scarpe bucate e neanche una scorta, “morto per caso e per niente “ammazzato dai neri, ma non quelli delle bombe o dei servizi segreti deviati… non quelli ben vestiti che sognavano il colpo di stato con le divise militari, le parate la fanfare, l’ordine assoluto e i comunisti morti ammazzati. No. Non eravamo noi quei neri là. Noi eravamo gli altri, quelli venuti dopo, quelli disperati… quelli che sparavano nel mucchio per sentirsi importanti, mezzi terroristi e mezzi rapinatori… bravi ragazzi e topi di fogna… quelli che non stavano con nessuno… figli di morte, padri di morte… figli di niente, padri di niente…

Si dà contezza delle ragioni degli altri, dove gli altri sono i terroristi neri e rossi e i mafiosi che pianificano l’omicidio di Bruno Caccia. Un giudice che aveva capito molto prima degli altri che la ‘ndrangheta aveva smesso di tirare a campare e che stava arrivando tra i bauscia milanesi e gli industriali piemontesi. “Lì dove ci stanno i soldi che li puoi confondere con quelli che sanno di sangue e terra, di vento e mare… La mafia è come un film con il Padrino, la cupola e i santini bruciati… chi se l’immaginava che pure in Calabria bruciassero i santini? Quelli erano pecorai come   i sardi… pane, formaggio, sequestri… pane formaggio e vendette… tanto peggio tanto meglio… Caccia lo aveva capito… il diavolo è più forte quando la gente non crede che esista… la ‘ndrangheta non esiste, sta in Aspromonte, là in mezzo a boschi e montagne…che vuoi che ne capiscano quelli di movimento terra, appalti pubblici, banche e polvere bianca…”

E ancora il commovente monologo di Emanuela/Amelina sulla morte di Falcone e Borsellino che lei, giovane postina timida e pudica, chiama affettuosamente Paolo. Aveva gli occhi belli Paolo, come i “mormanni”. Ma aveva scelto un mestiere “tintu”, s’era fatto giudice e aveva fatto arrestare un sacco di persone “gente che non si doveva toccare” come dice zio Guglielmo. “Poi a maggio lo hanno votato pure Presidente della repubblica, 47 voti gli hanno dato… A Paolo lo hanno ammazzato insieme a tutti quelli che lo guardavano con una bomba nascosta in una 126 di colore rosso…”

Mentre l’ultimo, vibrante monologo è affidato a Francesco Polizzi “Mi chiamo Paolo Adinolfi e sono scomparso il 2 luglio 1994…Mi chiamo Paolo Adinolfi, sono scomparso nel nulla. Non ho più un corpo, non sono né un eroe né una vittima né una lapide a memoria né una bara sotto la mia terra. Sono niente, un’ombra, sono l’oblio che giace nascosto nel destino di ognuno di voi… Mi chiamo Paolo Adinolfi e la storia che avete ascoltato inizia con Agostino Pianta giudice ucciso per caso e finisce con me. Mi chiamo Paolo Adinolfi e finché non troveranno il mio corpo sarò un giudice, un giudice della Repubblica Italiana.”

Una scrittura drammaturgica, quella di Carbone, essenziale, scattante e senza scorie, strettamente legata all’immediatezza della battuta e al movimento scenico che si risolve nella secchezza dei gesti e dei fatti mentre il ruolo metaforico del teatro diventa il motore di questa scrittura e i quattro protagonisti sanno magistralmente individuare il giusto rapporto di tempi, di intensità e di concentrazione.

È il linguaggio, qui, che fa la storia/le storie. Teatro di parola affamata di realtà dove i fatti si accumulano in sequenze seguendo sconfinamenti continui tra cronaca e invenzione (letteraria), contaminazioni di incredulità e rabbia, note sparse, cenni di politica, tranche de vie, luoghi comuni, figure di sguincio e conversazioni personali.

Teatro civile per costruire il futuro della memoria anche perché lo spazio del dolore umano non può essere colmato dai rituali, c’è il rischio che il rituale si perpetui e il dolore continui, in altri, ad essere solitudine inerte.

Bravi tutti. Lunghi applausi, meritatissimi.

Giovanna Villella

[foto di scena Ennio Stranieri]

 

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