Il patriota disilluso: Raffaele Piccoli

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Nacque a Castagna (oggi frazione di Carlopoli – CZ) il 10 ottobre 1819 da Bernardo, calzolaio, e Maria Antonia Piccoli.

Notata dai genitori la sua inclinazione agli studi, fu iscritto nel convento di Scigliano (CS) per intraprendere la carriera ecclesiastica, giungendo alla ordinazione diaconale.

La vocazione rivoluzionaria e l’impresa risorgimentale

Ma fuori dal seminario la storia correva veloce e Piccoli non riusciva a restare impassibile. Pertanto abbandonò la vocazione ecclesiastica, abbracciò l’ideologia mazziniana e raggiunse Napoli, Roma, Firenze e Pisa dove completò la sua formazione filosofica da autodidatta, per poi ritornare in Calabria nel 1848 e partecipare con Francesco Stocco alla battaglia della Angitola. Nonostante la sconfitta, Piccoli riuscì a riparare al nord e da qui raggiunse Roma per difendere la neonata Repubblica Romana (1849) retta da Giuseppe Mazzini, Carlo Armellini e Aurelio Saffi.

Caduta la Repubblica Romana ritenta di ritornare in Calabria ma è arrestato a Campobasso.  Processato a Catanzaro, nel 1851 è condannato a 30 anni di reclusione (ai ferri) sull’isola di Ventotene (LT), assieme ad altri patrioti famosi quali Luigi Settembrini e Luigi Spaventa. Riesce a fuggire, grazie al dirottamento della nave che lo teneva recluso e che lo stava conducendo in Argentina, da parte di Raffaele Settembrini (figlio di Luigi), riuscendo così a raggiungere in tempo Quarto (Genova), dove nella notte fra il 5 e il 6 maggio 1860 Giuseppe Garibaldi iniziò l’impresa dei Mille. Piccoli è accanto e sostiene tenacemente la condotta militare e politica dell’Eroe dei due Mondi.

La delusione post unitaria e la tragica morte

Terminato il processo unitario, Piccoli è deluso dalla svolta reazionaria e omicida del neonato governo italiano. Rifiutate cariche politiche e rimasto coerentemente repubblicano, si mise alla testa di un gruppo di briganti per scacciare gli “invasori sardo-piemontesi”. Poi tenta, nel 1870, di dar vita ad una repubblica nel paesino di Filadelfia (VV), assieme al figlio di Garibaldi, Ricciotto, e a Giuseppe Foglia, stroncata però dopo pochi giorni.

Costretto all’esilio e condannato in contumacia, ripara sull’isola di Malta, da dove poi rientrerà in Calabria.

Ritornato, si ritroverà in misera in quanto gli verrà ritirata la pensione che gli spettava da ex garibaldino.

Isolato e ignorato da tutti, morirà suicida in un albergo a Catanzaro il 27 agosto 1880.

Matteo Scalise

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