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La sposa del diavolo

Lamezia Terme, 13 maggio 2017. In scena al TIP Teatro, per la XIV edizione della rassegna Ri crii 2017 diretta da Dario Natale, lo spettacolo prodotto da Confine Incerto Lamagara di e con Emanuela Bianchi che firma anche il testo insieme con Emilio Suraci. Lo spettacolo è vincitore del premio della critica “Gaiaitalia.com” al Fringe Festival di Roma.

7 candele accese, un ramoscello secco che sembra un Cristo con le braccia protese al cielo, un nastro elastico bianco che taglia diagonalmente la scena. Sul proscenio un mucchio di terra bruna e nell’aria frinir di cicale e cinguettii. C’è silenzio ma non pace. Lei entra scalza, di nero vestita e con una lanterna in mano.

Si inginocchia accanto al mucchio di terra, vi poggia l’orecchio, l’accarezza, l’annusa, l’afferra, la disperde, dopo averne assorbito la forza. Perché la terra è più potente del cielo e questo lo ritenevano anche gli inquisitori che, quando interrogavano una strega, la sollevavano dal suolo, affinché non ricevesse dal demonio, che viveva nelle sue viscere, la forza per sopportare le torture più atroci. E in una natura metafisica che si mostra torbida e irrequieta, furente e folle, insolente e sfacciata principia una storia che attraversa tutta la linea matriarcale della sua famiglia.

La sposa del diavolo

Una storia di donne. “Uomini e donne che camminate portando grossi pesi, fermatevi all’ombra delle fronde e concedetevi riposo. La madre di mia nonna si alzava presto la mattina, raccoglieva erba e ossa e cantava una canzone antica e segreta e anche questo serviva ad alleggerire il peso. Mia nonna, la madre di mia madre, si alzava presto la mattina, non raccoglieva erba e ossa, si fermava vicino alla sorgente e cantava una canzone antica e segreta e anche questo serviva ad alleggerire il peso. Mia madre, si alzava presto la mattina, raccoglieva erba e ossa, si fermava vicino a un noce e cantava una canzone antica e segreta e anche questo serviva ad alleggerire il peso. Io non conosco boschi, sorgenti e querce ma mi alzo resto la mattina e canto una canzone antica e segreta…” Una canzone antica e segreta, in grecanico, e poco importa se sfugge la comprensione dei singoli vocaboli perché nettissime giungono le valenze musicali di questa lingua la cui elegante rudezza fonetica echeggia il singolare amalgama di asprezza e gentilezza.

Ma per lei, la strega/ la stria, il peso non si alleggerisce e diventa fardello. In lei c’ è mare, cielo, terra, fuoco e fiamme. Il buon cristiano la teme. È la minaccia alla sicurezza dell’uomo. Lei, Cecilia Faragò. Inizia così, con grande ricchezza espressiva e compattezza emotiva, la sua discesa agli inferi. Gli inferi sono quelli familiari, di un mondo chiuso, segnato dalla regressione e dai pregiudizi. Lei andata sposa a Lorenzo Gareri, morto a 52 anni, e poi la perdita del figlio più piccolo, Andrea, di soli 4 anni e l’altro figlio, Sebastiano, che sceglie di indossare l’abito talare.

lamagara

E qui la parola lascia spazio al gesto. Su note musicali che echeggiano sonorità orientali inizia una danza ipnotica, sensuale a tratti, che ricorda quella dei Dervisci rotanti mentre le mani vorticano nell’aria a disegnare misteriosi geroglifici che le dita, lunghe e sottili, vergano anche sul corpo.
Un rito riservato, segreto, unico privilegio femminile in una società che escludeva la presenza della donna dalla vita politica, economica e sociale e quindi dalla storia ma che, proprio per questo, viveva l’immagine del “femminile” sotto l’archetipo della donna ingannatrice, seduttrice e potente in virtù della magia. Un ultimo giro di ballo e le movenze flessuose delle braccia si risolvono in una pioggia di petali rossi “La morte rafforza le convenzioni aiutandoci a distinguere i bisogni reali… Anche dopo la morte permane una traccia di ciò che l’uomo ha fatto…”

Poi, sulle strofe di “Rindinella”, la strega ritorna bambina con i giochi e le canzoncine dell’infanzia mentre l’elastico bianco che rappresenta una sorta di limen, di soglia spazio-temporale segna il suo passaggio all’età adulta “Ora devo stare in mezzo a queste donne che vogliono insegnarmi il matrimonio… Il matrimonio è economia… Ora pro nobis… Riproduzione della discendenza… Ora pro nobis… Tuo marito ha vigna, case e buoi… Ora pro nobis… Considerati una intermediaria… Ora pro nobis… Il matrimonio è un insieme di beni… Amen… Oppure un complesso di mali… Amen…”

Matrimonio breve e sfortunato il suo “Tu avevi paura di Dio, marito mio… Tu hai amato tuo figlio?” e nel ricordo del piccolo, in una una ninna nanna struggente, il nastro diventa cullante e protettivo come braccia materne mentre rievocando Sebastiano “Era questo che volevi?… Che lasciasse tutto il suo patrimonio alla chiesa? Ma perché vogliono anche i mie beni, io che sono ancora viva? A me che non è concesso di accudire buoi e granai perché donna…”
È l’inganno della salvezza eterna. Lo sguardo del figlio si posa sulle dita adunche dei preti, non ha scampo, firma. Il prete lo benedice e pesa il bottino “I preti sono più briganti dei briganti… Seguono la strada della persuasione… Vogliono case e terreni… Aggirano le menti… I preti”.

E così la magara, che rivendica il diritto a vivere la propria vita, è esclusa dal contesto sociale. Considerata al di fuori della legge degli uomini e di Dio, accusata di praticare la magia, di conoscere le erbe per guarire e quelle per morire “Io ho osato dire no alla regia udienza… Io curo il morbo con le erbe come mi ha insegnato mia madre… Mi si fanno lontani, i vicini. La luna è rovescia…”

Sposa luciferina indossa corna di toro.

Poi un sapiente gioco di luci e di ombre la trasforma in una vecchia bigotta e maldicente “L’ho vista io la strega… L’ho sentita io la strega…” e anche il registro linguistico diventa basso attingendo al dialetto calabrese con le sue metafonie e le consonanti aspirate.

Fino al convulso e delirante gioco con i nastri elastici neri che dà luogo ad una vibrante pantomima del terrore e dell’orrore rimandando a luoghi di reclusione e di tortura.

Viene ripercorsa la sua storia giudiziaria. La Regia Udienza di Catanzaro del febbraio 1769 in cui la Faragò viene querelata dalla Rossetti per l’omicidio del figlio prete e del prelato don Antonio Ferrajolo. Il non luogo a procedere. L’appello della Rossetti alla Corte della Vicaria di Napoli. Ma la giustizia è arma a doppio taglio. Il suo avvocato, Giuseppe Raffaelli, è giovane, ha “occhio vivo e voce sonora, calmo e lucido nel ragionamento. In lui brilla il fuoco dell’umanità”. L’accusa di “affatturamento” da parte della vedova Rossetti e dei due preti. La dimostrazione da parte della difesa che il prete è morto di tisi “L’accusa tace. Ma questa è la legge dell’uomo: quando ha paura punisce…”. Fino all’ultimo processo celebrato in Calabria Ultra nel 1770 che assolve Cecilia Faragò  e la sua storia convince Re Ferdinando IV di Napoli e il primo ministro Tanucci ad abolire il reato di “Maleficium” nel Regno.

Infine, sulle parole di Paolo nella Prima lettera ai Corinzi tira fuori dalla terra bruna una corteccia concava che diventa ventre inseminato e poi infante sacrificale offerto agli uomini e al cielo prima di essere adagiato tra le fiammelle ormai spente mentre la magara va via con la lanterna in mano a varcare la soglia che separa la Vita dalla Morte.

La vis drammatica e l’intensità interpretativa di Emanuela Bianchi ci regalano una donna estrema nata e cresciuta in una natura ferocemente pagana dove ogni elemento, che dalla terra nasce e alla terra torna, ha vita e anima mentre il testo, scritto a quattro mani insieme a Emilio Suraci, offre una struttura drammaturgica stratificata sia dal punto di vista linguistico, con la commistione del registro basso e di quello alto sia dal punto di vista dello scarto temporale dove il presente (della scena) si alterna al passato da lei rivissuto quale estrema ricapitolazione della propria esistenza.

Una superba prova d’attrice.

Giovanna Villella

[foto di scena Salvo Pileggi]

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