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LA VITA IN UN PANINO

Ma tutta questa gente, di lunedì mattina, cosa fa qua? Siete disoccupati, in ferie o benestanti di natura?”. No, non è Vecchioni e non è Luci a San Siro, anche se siamo sempre a Milano.

Siete mai stati alla Fiera di Milano? Siete mai stati alla Fiera di Milano durante le frenesie natalizie? Io si. E sono sopravvissuta per raccontarlo.

La frase di sopra, che riporto testualmente, è di un cantante folk che suonava dal palco del padiglione irlandese: per chi non lo sapesse, in questo periodo a Fiera di Milano ogni padiglione è dedicato ad una nazione del mondo, e ogni nazione espone quindi il proprio artigianato di spicco. Partiamo allora da una constatazione: nel padiglione “Italia”, il 98% degli stand era enogastronomia. Sottolineo l’ovvio, ma da qua ci allarghiamo in tutto il mondo: perché le convulse folle accalcate negli stand dei padiglioni del resto del mondo, erano ovviamente accalcate per mangiare. Per degustare, per assaggiare, per pranzare, per fare merenda, per provare i cibi del mondo. Insomma, solo per mangiare. Enormi tavolate piene di gente (familiari? Amici? Semplici compagni di merenda?), ingombranti trolley pieni di chissà cosa trascinati dietro mentre si sbocconcella un panino statunitense o un toast peruviano, file inverosimili davanti alle casse: e un particolare che vi renderà partecipi del senso di ciò che racconto.

(Senza dire che, su 43.000 mq di esposizione, tutti i bancomat erano out of order per raggiunto limite, e uno solo funzionava, perciò la fila assumeva proporzioni elefantiache) all’interno dei padiglioni era consigliato l’utilizzo di contanti: ma ascoltate bene. Solo e soltanto negli stand alimentari era consentito il pagamento tramite carta -si suppone per facilitare l’esborso di cifre adeguate alle pantagrueliche mangiate-, negli altri si contrattava cash.

FIERAMILANOCITY – L’ARTIGIANO IN FIERA 2006

Ad ogni modo: certo, fare un giro nei vari padiglioni è un’esperienza da fare, se non altro per respirare odori stranieri, immergersi in sapori sconosciuti, osservare perlomeno con curiosità i diversi colori e le diverse manifatture esistenti al mondo. Ma diventa però surreale se raffrontato al modo in cui noi italiani ci approcciamo allo straniero, all’esotico, alla diversità: che facilmente da “biodiversità” scivola nella diversità gastronomica.

Valentina Arichetta

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