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Presentato il libro “Non seguire il mondo come va”

Non seguire il mondo come va: il Liceo Campanella è un esempio.
«Un giro amicale ha portato Michela Marzano al Liceo Campanella. L’amicizia del fare» le parole espresse da Ippolita Luzzo sono finali all’incontro ma il posto più appropriato è l’incipit dell’articolo vissuto: solo l’amicizia tra intelligenza e consapevolezza dell’importanza dell’altro potevano dar vita alla battitura della esperienza vissuta in un  Liceo diventato «spazio pubblico della parola».

Un incontro iniziato con la presentazione musicale della band “Gas” che suonerà “Svegliatevi Italiani” prima della conversazione tutta al femminile. Terminate le note, inizierà l’incontro con l’esordio dell’insegnante Michela Cimmino sul «come nasca l’esigenza di scrivere un libro con un imperativo categorico di memoria kantiana e quanta forza l’esigenza di scrivere dia per seguire i movimenti di palazzo».

Prende la parola Michela Marzano. La scrittrice, da sua stessa ammissione, la prende larga perché ci tiene a ricordare che il suo vero lavoro è insegnare, insegna all’università di Parigi. «Ma in Francia la filosofia viene insegnata solo nell’ultimo anno perdendo così ciò che più importa nello studio e cioè il ragionare. Nel mio primo libro volevo essere una farfalla; ho attraversato disturbi del comportamento alimentare e se oggi sono la persona che sono, non lo devo unicamente al percorso universitario ma anche all’attraversamento di quelle tenebre.

Oggi “io sono altro rispetto a quello che tu pensi io debba essere”. Ho 45 anni e tutto va bene, cioè male, come per chiunque». La premessa della Marzano è necessaria per spiegare che, quando fu chiamata per fare politica non l’aveva mai fatta. «Io mi occupo di filosofia morale. Poi ho sentito la possibilità di agire dall’interno. Ma nel momento in cui si entra in Parlamento ci si sporca il curriculum. Per questo il dissidio interiore: la voglia di dire no e il senso del dovere. E poi l’ “io devo” ha prevalso».

Ritornando in Italia si è resa conto della gravità della situazione. La prima volta che aveva interpellato il delegato d’aula, per poter intervenire di questioni su cui aveva le competenze, di questioni sulle quali aveva lavorato, si era resa conto che c’era qualcosa di diverso rispetto alle aspettative perché «le competenze erano soggettive in Parlamento». Il libro è stato scritto per tre motivi: il volere raccontare la scoperta di ciò che succede dall’interno, il cercare di dare alcuni elementi per riscrivere la grammatica della politica come le emozioni morali: la politica dovrebbe essere riscritta partendo dalla rabbia, dalla speranza, per poterla scrivere in maniera diversa.

E poi l’incontro con Giovanna Casadio, prima cronista parlamentare. «Il titolo è il segnale, il senso del libro. Ispirato dalla citazione di uno scrittore francese, Jean Guehenno, il quale scrisse che l’unico vero tradimento è il seguire il mondo come va e sacrificare lo spirito all’accettazione di ciò. Il tradimento avviene quando si smette di pensare che le cose non possono cambiare».

E ad esaltare la citazione e la filosofia del pensiero interviene un’intelligente alunna dal tenero sorriso che legge la citazione dello scrittore in lingua originale e l’introduzione del primo capitolo sull’esperienza della Marzano in aula. Giunge poi la voce sorridente di Ippolita a toccare le giovani coscienze sedute nell’ auditorium raccontando di una chiacchierata con una sua amica trentenne che le ha fatto rendere conto di quanto, questa generazione si senta inadatta ad un  mondo che va così». E ricorda la sua stessa esperienza di disoccupazione durata sette anni in cui dedicandosi completamente alla lettura, così come Leopardi, poi è arrivato il concorso e l’insegnamento senza saper insegnare.

«La vita offre questo sentimento di inadeguatezza che sfocia in un’insicurezza di atteggiamenti». E la sapiente ed eclettica Ippolita prosegue la descrizione del libro che inizia con una fiaba, I vestiti nuovi dell’Imperatore, nella quale dei ciarlatani convincono il paese di cucire dei vestiti meravigliosi che possono essere visti solo da chi è adatto al lavoro che svolge. Ciarlatani che verranno pagati per vestiti che dicono di fare ma che in realtà non fanno». Lo svelamento è quanto i ragazzi devono imparare a vedere. «Anche l’imperatore finge di vedere i vestiti e l’indossa, proprio così come noi fingiamo di vedere la democrazia». E prosegue la fiaba: «Quindi l’imperatore va in giro nudo ma nessuno ha il coraggio di dire la verità perché lo prenderebbero per sciocco, ma quando lo urla finalmente un bambino, tutti dicono che è vero.

Nella nostra realtà avrebbero portato il bambino in un centro di riabilitazione», conclude, lasciando dirompere il sorriso, l’insegnante Ippolita. Il libro è importante perché la Marzano scrive che non possiamo seguire il mondo come va, se studiamo, se abbiamo la forza della nostra preparazione. Si vuole eliminare un elemento fondamentale: la scelta. «Aristotele dice che sono importanti scelta e ragionamento. Lo studio della filosofia è necessario per maturare il pensiero di essere unici e speciali e nello stesso tempo di far parte di una comunità».

Giovanna Casadio narra l’incontro con la scrittrice. Seguita in alcune conferenze nelle quali si muoveva tra filosofia e psicoanalisi, una pensatrice autonoma e libera. «In questo libro ci sono tante modalità di parola, si può quasi recitare un vissuto perché comunica in profondità. Ho trovato emozioni che agitano la cosa pubblica». Ma le filosofe inseriscono un ulteriore sentimento ed emozione nelle pagine: la compassione nella vita pubblica, nel politico. Ci si sente impotenti quando chi ci sta di fronte non ascolta, tutti tendono a prendere la parola ma chi è che veramente ascolta chi parla? L’ascolto è fondamentale ma è difficile: significa mettersi ogni volta in discussione, «il rispetto dell’altro passa innanzitutto dall’ascolto dell’altro. Ed è qui che arriva il discorso della compassione».

Marzano presenta nella sua spiegazione Hannah Arendt «grandissima filosofa che l’ha fatta rinnamorare della filosofia quando stava abbandonando. Per rincarnare il pensiero filosofico dobbiamo ripartire dall’evento. Nel suo caso l’evento è stata la Shoah che letteralmente significa catastrofe: ripartire dal mondo della catastrofe per ridare sensi ad un mondo che senso non ha. La compassione è un concetto politicamente irrilevante per la Harent perché tende a cancellare lo spazio tra l’io e il tu, impedendo alla persona di essere libera. Ha sia ragione che torto. Ragione perché tutti devono essere liberi, torto nell’intendere la libertà come ingerenza».

Per realizzare i propri progetti bisogna possedere gli strumenti necessari e la compassione è la presenza altrui nella disponibilità di offrire i mezzi. «Dialogo significa riuscire a capire cosa gli altri aspettano perché ci sia un qualcosa capace di produrre ciò di cui gli altri hanno bisogno e come si può senza compassione?» chiede la filosofa. Non si prendono in considerazione i limiti della condizione umana: rispettare gli altri. E come si può vivere senza il rispetto? «Se non ridiamo senso all’agire politico non potremo saldare questa rottura tra dirigenza politica e il seguire il mondo come va».

Riprende la parola Michela Cimmino che evidenzia l’importanza della relazione parlando della “giornata dell’indignazione”: «ogni studente inserisce un biglietto, in una scatola, nel quale denuncia la sua indignazione. È un momento di spazio comune per conversare. Un piccolo momento per la nostra scuola che amo chiamare la città del buon governo». E seguita poi la Marzano: «Niente è più difficile che costruire una relazione con gli altri. È necessario essere riCONosciuti, il “con” della relazione insegna ad attraversare il vuoto, con l’ altro, l’attraversare insieme la vulnerabilità della condizione umana. Il “con” nasce ogni qual volta ci sentiamo riconosciuti come “altro” da quello che loro pensano dovremmo essere o s’aspettano che noi fossimo. L’unico modo per costruire una relazione è quella di non chiedere all’altro di essere diverso da ciò che è». Il riconoscimento dell’alterità, il “con” è ciò che dobbiamo portare sempre con noi per essere capaci di costruire la “libertà di” e non soltanto la “libertà da”.

«Se noi non ci riconoscessimo ci sarebbe un blocco non solo nella comunicazione ma anche nella possibilità di riconoscere  qualcos’altro». Non si fa una buona politica se non si ha come musica di fondo il sentimento di comunità, aggiunge Giovanna Casadio.

E l’incontro prosegue con domande poste da alunni alla scrittrice ma l’articolo terminerà con questa parola: COMUNITA’, il cui significante rimanda l’immagine di future donne e futuri uomini che ascoltano in silenzio la spiegazione del vissuto di chi «è fiera di essere com’è», ricostruendo dalle macerie il filo che dà senso a quello che viene poi…

Giovanna Saladino

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