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Presentazione del libro: Ti ho vista che ridevi di Lou Palanca

«Il titolo è una frase pronunciata da un contadino langarolo che vede ridere sua moglie per la prima volta, una tenerezza non prevista nel loro rapporto».

Lou Palanca è un collettivo di scrittura, Ti ho vista che ridevi è l’opera protagonista alla libreria Tavella con Nicola Fiorita, uno degli autori, Laura Fazzari, studentessa appassionata di letteratura ed Ippolita Luzzo, professoressa di lettere . «E’ una storia ambientata negli anni ’60, anni durante i quali alcune contadine del Sud sposavano contadini delle Langhe; è la storia di una donna. E’ un libro di incontri: attraversare un luogo diverso dal proprio si arricchiscono entrambe le parti.

Racconta un pezzo di storia che riguarda la Calabria e le donne calabresi» così Tavella cede subito dopo la parola a Paola che inizia dal “collettivo di scrittura”, «pensare al collettivo in una società che ci porta a rinunciare all’incontro è una “piacevole stranezza” che porta a chiedere come e dove nasca».

Ascoltiamo Nicola Fiorita: «L’esperienza di Lou Palanca è un’ esperienza straordinaria che ci ha portato ad incontri grandiosi. L’aver realizzato un gruppo di persone che lavorano insieme in una Calabria individuale è la soddisfazione più grande. L’esperienza del collettivo è stimolante, ci attribuiamo dei compiti, ognuno scrive un personaggio e poi inviamo i file con l’accordo che chiunque legga possa metterci le mani fin quando non siamo tutti d’accordo. Abbiamo sostituito la regola della maggioranza con quella dello sfinimento: quando qualcuno non ce la fa più il pezzo è finito. La scelta della storia, della calabrotta, era forte, intensa: storie di donne che accettavano di andare in un altro posto pur di vivere; l’idea che l’incontro salvi, salvi la terra che è anche un po’ protagonista».

Ippolita Luzzo prosegue per associazioni, accostando al libro un altro testo, Gli Anni, scritto da Annie Ernaux « libri che si sono affiancati perché la protagonista dice qualcosa che è quasi antitetico a quello che dicono i Lou Palanca. Mentre Ernaux scrive che scompare tutto, afferma subito dopo che la memoria non si ferma mai. È la suggestione più forte che ho trovato». E poi continua con il riferimento a Rivelli “ Il mondo dei vinti”, “L’anello forte” il pudore che rivolgeva a chi parlava con lui. In Ti ho vista che ridevi c’è la stessa delicatezza, lo stesso pudore: «cinque donne per tutte le altre donne che hanno lasciato la terra dove sono nate e hanno sposato uno sconosciuto, altrettanto spaesato, e trascorso intere esistenze, recidendo quasi definitivamente i legami con le famiglie d’origine». La blogger Ippolita ha raccontato che anche a Maida ci sono state donne che hanno sposato uomini sconosciuti quasi e non solo per necessità, ma per la voglia di cambiare vita. Ed emozionata legge la testimonianza della calabrotta di Ti ho vista che ridevi.

E Nicola Fiorita: «Vorremmo raccontare storie dimenticate , che non hanno avuto l’attenzione che meritavano. Storie che restituissero dignità ai vinti. Carlo Petrini una volta disse che dietro il successo delle Langhe, c’è il sangue delle donne calabresi», un posto in realtà molto povero fino agli anni ’60, ’70 che correva il rischio dello spopolamento, dell’abbandono perché quelle campagne erano prive di donne. Donne che preferivano sposare l’operaio, l’idea di quello che era allora il successo. Si superò il periodo storico comprando le donne calabresi tramite i ruffiani che organizzavano i matrimoni, un pacchetto completo di un’emigrazione femminile che permette alle langhe di superare il momento storico». Una storia che sarebbe scomparsa se non l’avesse raccontata prima Revelli, «un romanzo corale nel quale ciascun personaggio attraversa la propria solitudine scoprendo il senso della sua vicenda nella relazione con l’altro. Come scrive Carlo Petrini nella prefazione: sono sempre gli altri che ci salvano».

L’alterità diventa lo specchio che riesce a salvarci da quello che cerchiamo. La storia inizia nel ’68 a Riace, un paesello che anche con i suoi limiti, inventa un modo nuovo di vivere : la professoressa Ippolita parla di un grande esodo che la Calabria ha scontato nel corso degli anni. Ti ho vista che ridevi vuol dar voce a chi voce non ha. «Bisogna rompere la solitudine dell’individuo e porlo in un posto dove possa essere ascoltato».

E Nicola prosegue raccontando della protagonista Dora, una ragazza non sposata, costretta ad andar via per far nascere il proprio figlio, una persona che, pur giovane, ha una coscienza politica, una sensibilità sociale. L’opera è lineare, facile; ci sono più voci ma non si sovrappongono. «Penso sia un modo diverso di raccontare una Calabria poco raccontata dai calabresi e sfugga alla narrazione stereotipata: o paradiso, o terra abitata dai diavoli».

Nel romanzo emergono le figure di due donne, entrambe figlie dello stesso dolore, ma ad entrambe la vita concede il riscatto. E poi il finale, inaspettato, particolare, «anche troppo lieto». Un finale sorto spontaneamente che è piaciuto agli scrittori. «Quando ci si può raccontare è il momento in cui si fa storia. La storia macina tutti i destini individuali e lo sforzo dell’uomo è preservare l’individuo dalla scomparsa della sua particolare orma sul terreno » conclude Ippolita prima di lasciar spazio alle domande dei presenti.

Giovanna Saladino

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