Strade Perdute

venezia.74, pt.6: UNA FAMIGLIA

Maria (nomen omen) è sposata con Vincenzo: legati da una grande passione, sono anche legati da un oscuro segreto, perché Vincenzo costringe Maria a rimanere incinta per vendere i propri figli. Ma qualcosa un giorno s’inceppa: Maria non vuole più, cerca in tutti i bambini che vede fuori i suoi figli persi, utilizza di nascosto dal marito mezzi anticoncezionali, ma una coppia di acquirenti “delusa” li raggiungerà e darà il via ad un escalation di dolore e rovina.
Riso aveva già collaborato con la bella e brava Micaela nel suo film d’esordio, Più Buio Di Mezzanotte, dove lei era la mamma di un ragazzo transgender (tratto da una storia dolorosamente vera); torna a farlo con questo Una Famiglia, continuando a parlare di storie vere e continuando a trattare il tema, poco visitato dal cinema italiano, del mercato nero delle adozioni.
Qualche giorno fa mettevamo in dubbio che la violenza (esibita, gratuita, parossistica e metaforica) di Brawl in Cell Block 99 potesse essere la più sconvolgente di questa Mostra: e con il film di Riso abbiamo la conferma.
La storia di Maria tocca con delicatezza un tema così forte con sequenze di brutalità così oscena da risultare, a tratti, insostenibili: sono i dettagli a spaventare nella storia di Riso, i primissimi piani sulle unghie martoriate della protagonista, i suoi occhi tracimanti d’angoscia, lo sguardo basso e inespressivo di un padre padrone che rinnega non tanto la sua paternità quanto l’emotività che questo comporta. È insomma tutta quell’umanità dolente e dolorosa al centro di un mercato tanto sordido quanto purtroppo reale: ancora più agghiacciante se si pensa a tutto quello che lo ha creato. Una legislazione bislacca, parametri etici ed economici sbagliati, insomma un Paese alla deriva che nega la genitorialità nella maniera più atroce e crea invece i presupposti per crimini tanto aberranti quanto inestinguibili.
Riso ha il dono della “regia invisibile” (tranne qualche mdp a spalla di troppo), non insegue i personaggi e non li coccola: li ingabbia invece in quadri soffocanti illuminati da una luce fredda e grigia, e la bravura degli attori fa il resto. Ma soprattutto ha il coraggio di parlare a voce alta, da un palcoscenico privilegiato come quello del Lido, di problemi irrisolti e nascosti, mostrando immagini che ognuno decide coscientemente di non vedere.
Una Famiglia non specifica di quale “famiglia” parli il titolo: se quella della coppia al centro della storia, che vende i propri figli per denaro, o quella degli attori omosessuali che alla fine il figlio non lo “comprano” perché è malato di cuore, o quello dei quarantenni che spendono milioni di euro per aggirare la legge, o ancora quella composta, sul finale, dalla sola Maria che raccoglie il figlio dalla spazzatura dove il compagno l’aveva gettato e decide di riappropriarsi della sua vita e del suo diritto di essere madre.
Straordinario, pur se solo in poche battute, Ennio Fantastichini, gay con l’insopprimibile voglia di un figlio: “Non posso prendere questo bambino morente: alla mia età, da un dolore così non mi riprenderei mai più”.

 

GianLorenzo Franzì

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