Strade Perdute

venezia.74: SUBURBICON

Sembra che al Lido i ritorni -solo ieri, Del Toro e Schrader- quest’anno portino particolarmente bene: perché dopo aver lanciato qui la sua carriera da regista nel 2002 con Confessioni Di Una Mente Pericolosa, ed essere tornato in concorso con il bel Good Night And Good Luck e poi con lo splendido Le Idi Di Marzo nel 2011, George Clooney ci riprova ed eccolo quindi in bella mostra nella selezione ufficiale con l’eccellente Suburbicon.
La trama (sottilmente ma profondamente diversa da come la volevano i giornali): nell’apparente tranquillità di Suburbicon, quartiere residenziale diventato vera e propria cittadina nel cuore dell’America middle class, l’arrivo di una famiglia di colore destabilizza gli instabili e precari equilibri di una convivenza pacifica ma finta, e coincide inoltre con l’omicidio di Rose Lodge (Julianne Moore) davanti agli occhi esterrefatti di suo marito Gardner (Matt Damon), il loro figlioletto Nick e la sorella gemella di lei Rose (sempre la Moore). Le vicende non si intersecheranno mai, ma saranno al centro di un’impressionante ed inaspettata escalation di violenza e morte che farà venire alla luce i peccati peggiori nascosti nelle ombre delle pieghe di un’insana quotidianità.
Che Clooney fosse un Autore non c’erano dubbi, anche se qualcuno era venuto circa la sua ispirazione dopo film poco felici come In Amore Niente Regole e The Monuments Men- tentativi maldestri di unire la sua vena impegnata con un umorismo sottile e intelligente ma non sempre centrato, e venature più leggere ma sempre fuori posto.
Il colpo gli riesce invece con questo Suburbicon, scritto dai Coen un bel po’ di anni fa e oggi rimaneggiata insieme a Clooney, da sempre sodali e facenti parte in qualche modo della stessa factory creativa. Suburbicon porta chiare e stimmate dei suoi autori: classica storia dei due fratelli girata con forza e oculatezza dall’ex dottor Ross: quando la violenza della sceneggiatura diventa parossistica e dichiaratamente grottesca, il regista ne prende le redini e riesce a sbiadirne i contorni ritraendo l’America oggi strangolata da muri e barriere, strizzando anche l’occhio a sir Alfred Hitchcock. Il risultato è inevitabilmente sorprendente, affascinante, avvolgente: dal maestro del giallo Clooney mutua sequenze e inquadrature, trasformando la Moore in una donna che visse due volte e cucendo addosso a Damon le ombre dei personaggi hitchcockiani, mentre da regista della Hollywood più apertamente liberal invece non ha paura di parlare apertamente di Trump e la sua politica isolazionista e nazionalista. È per questo allora che le metafore di Clooney non hanno paura di essere chiare e dirette: il serpente chiuso nel barattolo, la mano insanguinata che ti offre aiuto, sono simboli di una limpidezza espositiva che rende la cifra stilistica di Clooney così cristallina e quindi personale. Rispetto alle sue prove precedenti, Clooney guadagna in compattezza stilistica e in fluidità: la perfetta simbiosi di generi sembra ideale per una storia beffarda, cinica e ovviamente profondamente radicata nella nostra attualità. E anche se i dialoghi sembrano passare in secondo piano rispetto ad una messa in scena precisa e puntuale, Suburbicon diventa alla fine un impietoso ritratto di come eravamo per mostrarci, spaventosamente, che alla fine l’orrore civile non è scomparso, ma è solo nascosto meglio. Alla luce del sole di Suburbicon.

 

 

GianLorenzo Franzì

 

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