Giovedì 13 Agosto 2020

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Altre Sirene: quelle del mito, a Lamezia…

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Altre due sculture mitologiche vanno ad occupare il territorio lametino, questa volta, a Nicastro: anzi, due per l’esattezza, una sul corso Nicotera, l’altra su corso Numistrano, entrambe, credo, opera di uno stesso artista, il Dalisi.

Mi piace sottolineare il numero tre che viene a ritrovarsi in un raggio di pochi chilometri, se si considera pure la fontana del dio Pan in quel di Sambiase, di cui precedentemente mi sono occupato per questa testata: sembra quasi un sottile richiamo all’anima triuna del nostro territorio, giovane cinquantenne di memorie molto più antiche.

Arriviamo a Ligea, ma senza slegarla da una breve presentazione numismatica, così come dal riferimento naturale all’epica più rappresentativa di tutti i tempi.

Procediamo con ordine, allora…

Per prima cosa, ecco il gettone storico, per antonomasia, quello su cui una messe di studi non è bastata a colmare del tutto un’esatta contestualizzazione: se la percezione che si rileva dal terreno delle ipotesi è quella di un’incertezza, non si può non ammettere l’alone di mistero che l’oggetto muto continua a trasmetterci. La descrizione, ad occhio nudo, pare inequivocabile:

Sul dritto è raffigurato il profilo di una fanciulla alata, mentre riempie un vaso d’acqua ad una sorgente che sgorga dalla testa di un leone, chiara simbologia iconografica di una fonte sacra, spiega in un contributo il nostro storico Vincenzo Villella, cui è legata la stima di tutti, nella ricerca documentaria, che contraddistingue il suo lavoro. Si tratta della rappresentazione del simulacro della Sirena Ligea (la melodiosa),  continua sempre lui, la cui salma, sospinta dalle onde del Tirreno, fu gettata sulla spiaggia del golfo lametino dove ricevette onorata sepoltura dalle pietose mani dei naviganti e a cui più tardi i terinei elevarono culto religioso. Insomma,  è il mito della Sirena Ligea, di cui parla finanche il  poeta calcidese Licofrone (330 a. C. circa) nei versi del poema Alexandra:

“E Ligea pertanto sarà sbalzata presso Terina sputando acqua di mare; e i naviganti la seppelliranno nella sabbiosa spiaggia presso le rapide correnti dell’Ocinaro; e questo, forte nume dalla fronte cornuta, con le sue acque bagnerà il sepolcro e tergerà il busto dell’alata fanciulla […]. Altri, stanchi di vagare penosamente di qua e di là, si stanzieranno nel paese di Terina, dove bagna la terra l’Ocinaro versando le sue limpide acque nel mare”.

Ma chi sono queste Sirene? Secondo l’aedo Omero erano geni della morte, capaci di ammaliare gli uomini: le tentatrici del nostos ulissiaco nel viaggio di ritorno alla volta della sua cara patria. Sulla loro tragica fine Apollonio Rodio (III sec. a. C.) aggiunge che si sarebbero date la morte, lanciandosi nel mare, quando Odisseo riuscì a sottrarsi al fascino del loro canto. Le onde del mar Tirreno, a questo punto,  avrebbero rigettato il corpo galleggiante di Partenope sulla spiaggia della Campania dove poi sorse Napoli (chiamata, per l’appunto, anche Partenope), quello di Leucosia sul lido di Posidonia (Paestum), da cui il nome di Leucosia dato ad un’isoletta presso quella città, e quello di Ligea sulla riva tirrenica della Calabria presso Terina.

Detto ciò, giusto per tirare le somme di questo filo di Arianna, ogniqualvolta incrocio con lo sguardo queste composizioni scultoree, penso sempre più al rispetto che dovrebbe meritare la nostra piana: recuperare questa favola bella, nell’accezione del mito, infatti, lascia prospettare l’idea di una piana sedotta dalle storie, che continua  a far innamorare. Non so ma amo convincermene: sarà un fatto d’Eros, che è figlio del logos, sicuramente!

Le Sirene sembrano, alla luce di tutto ciò, le sentinelle della nostra Lamezia: ci sfamano di bellezza, alle pendici di Neocastrum, malgrado le tristi vicende di mala gestio, cui assistiamo impotenti, da anni (ritmate, è il caso di dirlo, fuor di battuta, da altre sirene, quelle della polizia, però!).

Prof. Francesco Polopoli