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‘Amicu ti po’ bìdari quand’hai e ti salùt’ ‘e cìantu miglia ‘ì vìa

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‘Amicu ti po' bìdari quand’hai e ti salùt’ ‘e cìantu miglia ‘ì vìa

«L’amico ti guarda di buon occhio quando hai e ti saluta dalla distanza di cento miglia»: adagio lametino che, sul piano semantico, è accostabile ad un altro ancora più pittoresco che è «simu amici quandu ammàzzanu ‘u puarcu!» («Siamo amici quando uccidono il maiale!»)

Ad ogni modo la paternità classica di queste due massime locali  ci appare evidente: «tempore felici multi numerantur amici; si fortuna perit, nullus amicus erit» («nel tempo fortunato molti sono gli amici; se la fortuna vien meno, sparisce ogni amico»), o «nulli carus eris, si copia deficit aeris» («non sei caro a nessuno, se manca abbondanza di danaro») dicevano i Latini, predecessori di noi La(me)tini.

Sono da menzionare, senza essere ultimi, i versi di Publio Ovidio Nasone «donec eris felix multos numerabis amicos: tempora si fuerint nubila, solus eris» («finché sarai felice conterai molti amici: se ci saranno nubi sarai da solo») e quelli di Fedro «vulgare amici nomen, sed rara est fides» («molto comune è il nome di amico, ma rara è la fedeltà»).

Non è che Cicerone, a buon torto o ragione, era nel giusto quando considerava gli spiccioletti, volendoli (io) ridimensionare, «panchrestum medicamentum», cioè un rimedio universale?

Eppure per nostalgici come lo scrivente vale ancora «chi trova un amico trova un tesoro»: al di là di conti in banca o patrimoni vari, l’amicizia, di per sé, ha un valore inestimabile. Filosofia biblica…senza oboli!

Prof. Francesco Polopoli