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Attenti al lupo, forse!

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«Raccumandari ᾿a piacura allu lupu», «raccomandare la pecora al lupo»: modo di dire che non differisce, per la sostanza, con un altro pressoché simile, nel nostro vernacolo («mintari ᾿u lupu nt’᾿a mandra», «mettere il lupo nella mandria»), e che pone l’accento sul fatto che persone care o cose d’una certa importanza vengano, incautamente, affidate a soggetti per nulla raccomandabili.

Esso rinvia ad un adagio, rammemorato nell’Eunuchus di Terenzio, e che è: «ovem lupo commisisti», «hai affidato la pecora al lupo».

Ora, posto che, come dice Matteo 10, 16, persino un santo cristiano sia un po’infurbito: «siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe», per la serie «buoni, sì, fessi mai», mi son chiesto quanti polli o sempliciotti siano in circolazione.

Il nostro idioma lametino ci mette in guardia: difficili trovare un tontolone! La curva è bassa, statisticamente parlando.  «Pàrica t’᾿u mbucchi» è l’espressione più eloquente a riguardo: si usa con riferimento ad un tipo che, pur non godendo d’una grande considerazione, sia riuscito a portare a termine un compito d’una certa importanza, grazie alle sue insospettate risorse. Insomma, «᾿nnu ᾿mbuccamuschi» («un mangiamosche»), detto in soldoni, tra le righe, non era, proprio no! In questa tipologia possiamo far rientrare l’agnello infurbito di Trilussa, al secolo Carlo Alberto Salustri:

Un Lupo che beveva in un ruscello
vidde, dall’antra parte de la riva,
l’immancabbile Agnello.
— Perché nun venghi qui? — je chiese er Lupo —
L’acqua, in quer punto, è torbida e cattiva
e un porco ce fa spesso er semicupo.
Da me, che nun ce bazzica er bestiame,
er ruscelletto è limpido e pulito… —
L’Agnello disse: — Accetterò l’invito
quanno avrò sete e tu nun avrai fame.

Pure l’agnellino è «᾿spertu, mo’ ci vò», per non dire che ci sono parecchi lupi (travestiti da agnelli) in giro, acthung!

 Prof. Francesco Polopoli