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Book-iamo, col permesso della Crusca!

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vecchi libri

Lo studio dei linguaggi permette tralci di conoscenze per innestare delle piccole idee: anche Platone sosteneva che conoscere fosse riconoscere, per cui vale la pena provarci, per credere e ricredersi

Per inciso, in tutto ciò, ci sta pure un convertirsi: è augurale, così è se vi pare!

Ora, per non farla lunga, sapendo di masticare la lingua albionica alla pari di un dialetto scozzese di mezzo millennio fa, provo a ricostruire almeno un vocabolo londinese, se non altro, per riabilitarmi, alla luce dei miei strumenti pre-vandalici. Orbene, quale vocabolo?

“Book”, “libro”, cioè, che, per sua vocazione, fa un bel viluppo di persone attorno a sé: ‹‹gruppo››, avremmo detto una volta, oggi suona meglio ‹‹club››, ad esso assimilabile per famiglia etimologica, giusto per non contraddirci. Questa voce, continuando con essa, proviene dall’ant. ingl.  “bōc”, a sua volta originatasi dalla radice germanica “*bōk-“,  che è parola imparentata con “beech” (faggio): o Sant’Ignazio di Loyola, ho fatto involontariamente un albero genealogico, chiedo venia!

Ora, non è l’unico caso in cui mi ritrovo il materiale scrittorio intersecato con il lessico botanico. Come? Mi direte: seguitemi un pochettino.

Un autorevole dizionario, al riguardo, dice: ‹‹and compare French livre “book,” from Latin librum, originally “the inner bark of trees››, ovvero ‹‹si confronti la voce francese livre, dal latino librum, che anticamente designava “la corteccia interna degli alberi”››.

Insomma, la materia grigia ha bisogno della corteccia…vegetale: quella cerebrale se ne nutre, poi, potremmo dire, senza farci in-alber-are!

Se a ciò aggiungo le caratteristiche dello zodiaco celtico, per il segno del faggio avremmo pure capacità mnemoniche con amanti dell’eloquenza e abili conversatori come tipologia umana: acciderba!

Mi fermerei, però, alle letterature, glissando sulla suggestione immaginifica di una superstizione storica. Penso, che ne so, ad un Hermann Hesse, che ne Il canto degli alberi, sembra restituire al faggio le alte considerazioni del suo pensiero.

 

Un giovane faggio sanguigno era

testimone del mio primo amore,

e quando inventai la mia prima poesia,

stette a guardare ciò che scrivevo.

Come il faggio sanguigno nessun albero

può abbandonarsi allo sfarzo della primavera,

nessuno ha un sogno d’estate così vivace

e nessuno un avvizzire così brusco.

Un giovane faggio sanguigno sta

in tutti i miei sogni,

un magico passato soffia

intorno al mio albero prediletto.

E noi, invece, siamo capaci ancora di guardare i libri con l’immagine lirica di un albero, che è esplosione lentissima di un seme?

Chi si avventura a leggere, fa un buon raccolto: è naturale! Gli antichi ce lo insegnano da sempre: se solo recuperassimo le nostre radici! Book-iamo, allora: un modo intelligente per andare in buca; questione di tiro e di tirature (editoriali): eh già!

Prof. Francesco Polopoli