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Calabria Sociale: dieci febbraio, la giornata del ricordo

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Dieci febbraio, la giornata del ricordo, in memoria delle vittime della pulizia etnica compiuta dagli slavi nelle regioni dei nostri antichi confini

Comunicato Stampa

Un obbligo morale che deve andare oltre ogni barriera di fede e di pensiero, un attimo che restituisce, al sacrificio di quei martiri, il giusto alito di una Patria che può e non deve dimenticare.

Così come non si possono cancellare, dalla memoria di ogni essere civile, quelle che sono le “Foibe”, tombe naturali usate dai partigiani di Tito che volevano cancellare ogni alito di italianità  dall’Istria, Dalmazia, Fiume, Zara, Pola, Capo d’Istria, Ragusa e Sebbenico.

La colpa di questi oscuri eroi è quella d’essere italiani, cresciuti in un territorio in cui anche lo spirare del vento era tricolore. Una pulizia etnica consumata dal 1943 al 1946 e anche oltre, contro gente che nulla o poco aveva a che fare con il fascismo. In quelle depressioni delle doline carsiche del Friuli Venezia Giulia.  finirono comunisti dissidenti, soldati inglesi, partigiani bianchi, componenti del CNL d’estrazione sia monarchica che repubblicana, funzionari dello stato, medici e comuni borghesi che avevano subito la guerra come l’errore di un secolo buio pieno di drammatici sconvolgimenti.

I lager nazisti furono oggetto di condanna per crimini contro l’umanità in quel di Norimberga da un tribunale costituito dai vincitori, quegli stessi che poi chiusero gli occhi sulla tragedia delle foibe, preferendo dimenticare il macellaio slavo e le sue squadre della morte, mentre avrebbero dovuto istituire un processo per condannare quell’orrore; il silenzio dei vincitori era un pretendere di riscrivere la storia a proprio piacimento. Le foibe sono la degradazione di una geografia repellente, cimiteri innaturali, grandi fosse quasi senza fondo, in cui sono stati trucidati un numero imprecisato di gente, incatenati l’uno all’altro con le mani legate con filo spinato e fatti fuori con il classico colpo di pistola alla nuca. A volte per risparmiare tempo, gli aguzzini sparavano sul primo che, cadendo, si trascinava dietro gli altri ancora vivi. I pochi resti ritrovati portavano i segni di torture e sevizie orrende. Generalmente i carnefici, ubriachi, si allontanavano in cerca di altre vittime su cui sfogare il proprio sadismo. Un numero elevato e incalcolabile di morti, esseri fatti sparire nel nulla, tra cui antifascisti che non accettavano la violenza delle squadre di Tito, slavi dissidenti contrari ai metodi repressivi utilizzati, considerati collaborazionisti degli italiani. Barbarie di una guerra che ha distrutto tutto, creando solo immense sacche d’odio e di rivalsa singola, permettendo l’esplosione di una pulizia etnica senza precedenti, che il mondo civile ha volutamente inteso dimenticare.

Nel 2007 l’Italia emise un francobollo titolato “FIUME-TERRA ORIENTALE GIA’ ITALIANA” immediatamente censurato per le proteste della diplomazia  slava, ma riemesso, a seguito di svariate contestazioni, tre mesi dopo, resta però l’ironia di un timore a possibili rigurgiti nazionalistici in quelle terre, nostre a tutti gli effetti, dalle tradizioni alla lingua, ai  simboli che hanno rappresentato la civiltà di un epoca sconfinata. Nel terzo millennio, la volontà delle genti che intende ritornare alle proprie radici e al ceppo d’origine deve essere rispettata ed accettata, come scelta attraverso l’espressione di un orizzonte   di giustizia e libertà, nella piena attuazione della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani(10 ottobre 1948, Assemblea delle Nazioni Unite). 

Sulle foibe, la verità, storica, alla fine è emersa in tutta la sua cruda realtà anche contro chi avrebbe potuto e dovuto fare qualcosa ma ha preferito voltarsi da un’altra parte per non vedere lo scempio sceso ai livelli più bassi dell’esistenza, agendo con la stessa brutalità delle belve.

L’Italia, dopo anni, ha finalmente aperto il suo fascicolo sociale a commemorazione di quelle vittime-

E’ poco ma e’ un atto concreto, anche se manca ancora tanto alla possibilità di un ritorno di quelle zone verso il proprio alveo.

Non avremo pace finché l’altra sponda dell’adriatico non diverrà di nuovo nostra.

Gianfranco Turino

Presidente di Calabria Sociale