Carlo Scorza, lo squadrista intransigente

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Fascista fin dal 1920, sarà esponente di spicco nella frangia più estremista del movimento capeggiata dal gerarca Farinacci. Caduto in disgrazia politica durante la segreteria di Starace, a sorpresa Mussolini nel 1943 lo nominerà ultimo segretario del PNF.

Carlo Scorza nacque a Paola (CS) il 15 giugno 1897 da Ignazio e Gennarina Jacovini. Nel 1912 con la famiglia si trasferì a Lucca, dove si diplomerà in ragioneria. Già da studente fu irrequieto tant’è nel maggio 1915 organizzò una manifestazione interventista contro l’impero Austro – Ungarico. Volontario nella Grande Guerra (1915-1918) si congederà col grado di Tenente bersagliere, distinguendosi per la sua difesa intrepida lungo la linea del Piave col reparto degli Arditi, impresa che gli frutterà tre medaglie di bronzo al Valor militare.

Lucca negli anni Trenta

Scorza squadrista a Lucca

Ritornato a Lucca s’iscrisse ai Fasci di Combattimento (14 dicembre 19120) e intraprenderà al contempo la carriera di giornalista professionista scrivendo su giornali filo fascisti locali come L’Intrepido. Nominato membro nella organizzazione interna del movimento fascista cittadino, nonché responsabile della squadra d’azione Lucchesia, Scorza si distinguerà per le molteplici azioni violente che organizzerà a danno di partiti, circoli culturali, associazioni e amministrazioni comunali socialiste, comuniste, cattoliche, anarchiche e sarà responsabile sopratutto della “spedizione di Valdottavo”, dove ebbero la peggio i comunisti, i quali per ritorsione fecero rotolare dei massi contro un camion ricolmo di squadristi lucchesi di ritorno dalla spedizione punitiva in cui morirono due squadristi (22 maggio 1921) e che anni dopo costerà allo Scorza la sua carriera politica nel regime.

Scorza gerarca intransigente

Oltre ad essere federale della squadra d’azione lucchese, Scorza sarà segretario del PNF della città toscana dal 1921 al 1929, mentre dal 1924 al 1943 sarà ininterrottamente deputato prima e Consigliere Nazionale poi (1939-1943) mentre continuò ad essere anche solerte giornalista nelle vesti di direttore dell’Intreprito, fondatore de Il Popolo Toscano e dal 1931 direttore di Gioventù fascista, organo ufficiale dei GUF (Gioventù Universitaria Fascista). Dal 1928 diverrà anche presidente della F.N.A.I. (Federazione Nazionale Arditi d’Italia), oltre che commissario straordinario del PNF a Forlì (1929).

Per questi suoi incarichi prestigiosi divenne ben presto fra i gerarchi fascisti più importanti e influenti, tant’è parteciperà da capo indiscusso del fascio toscano alla marcia su Roma (28 ottobre 1922) dopo aver fortemente sostenuto nel novembre 1921 al Congresso del teatro Augusteo la trasformazione del movimento fascista in partito organizzato affinché aspirasse a raggiungere il governo nazionale con qualsiasi mezzo. Con la crisi Matteotti (1924), Scorza sarà con Roberto Farinacci fra i gerarchi che spingerà Benito Mussolini a decidersi per svoltare in direzione totalitaria (3 gennaio 1925).

Nonostante il PNF fosse ormai partito di governo, Scorza a Lucca continuerà ad ordinare spedizioni punitive contro l’opposizione antifascista, sicché nel luglio 1925 sarà il mandante del pestaggio ai danni del politico liberale antifascista Giovanni Amendola che, scappato in Francia, a causa delle lesioni subite morirà dopo nove mesi. L’ascesa politica dello Scorza sembrava a questo punto ormai inarrestabile, tant’è dal 1929 al 1931 fu membro del Direttorio politico nazionale del PNF. Scorza sarà dunque fra i fascisti d’origine calabrese più importanti e potenti nel regime come Maurizio Maraviglia e Luigi Razza, sopratutto dopo la morte improvvisa del “quadrunviro” e ministro Michele Bianchi.

 

La marcia su Roma (28 ottobre 1922)

Scorza messo da parte da Achille Starace

La firma del Concordato fra Stato Italiano e Chiesa Cattolica del 1929 (Patti Lateranensi) trovò in Scorza un fiero oppositore, non perchè non fosse cattolico, ma perchè per Sforza non esisteva altro culto legittimo in Italia se non quello verso il duce e temeva che la Chiesa Cattolica potesse divenire nelle sue organizzazioni laicali sede di una organizzata opposizione al regime, diretti concorrenti dei suoi GUF. Consequenzialmente non ebbe remore di criticare apertamente Mussolini di questo accordo attraverso i suoi giornali, come fece anche il gerarca cremonese Farinacci e il segretario del PNF Augusto Turati. La Chiesa Cattolica richiese allora fermamente la censura di questi importanti esponenti politici, e così Farinacci fu “esiliato” a Cremona a fare l’avvocato, Turati fu destituito dalla segreteria e mandato in forzato esilio a Rodi per essere sostituito dal solerte Achille Starace, il quale subito estromise Scorza dal Direttorio politico del PNF, gli impose il silenzio sulla stampa con la chiusura forzata del suo giornale Il Popolo Toscano e gli rinfacciò pubblicamente i fatti accaduti con la “spedizione di Valdottavo” di qualche anno prima, insinuando che Scorza fosse stato l’ideatore del falso agguato dei comunisti a danno della sua squadra d’azione per giustificare così la feroce rappresaglia che ordinò e che causò una vittima comunista. Mussolini impedì però altri tipi di degradazione politica contro Scorza concedendogli di mantenere la carica di deputato.

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Scorza ultimo segretario del PNF

Emarginato politicamente, Scorza tenterà di rifarsi una “verginità politica” partecipando da volontario alla guerra di Etiopia (1936), alla guerra civile spagnola (1936-1939) e alle prime fasi della Seconda Guerra Mondiale sul fronte balcanico, che gli fruttarono altre medaglie al valore militare. Nel frattempo fu tra i sostenitori più fanatici della alleanza con la Germania di Hitler (1934) e della approvazione delle leggi anti ebraiche (1938). Caduto in disgrazia politica Starace (1939), Scorza fu richiamato nel Direttorio del PNF e alla vice segreteria del partito nel 1942.

Intanto l’andamento della guerra diveniva una serie continua di sconfitte sul fronte francese, balcanico e africano, mentre il malcontento della popolazione nei confronti del regime e del duce per i bombardamenti e la razionalizzazione alimentare aumentava. Così Mussolini tentò di accattivarsi nuovamente il consenso degli italiani riorganizzando il governo e il partito con un poderoso rimpasto ai vertici, e scelse per la segreteria politica del PNF il quarantottenne idealista Carlo Scorza. Così la parabola storica del fascismo iniziò con un segretario calabrese (Michele Bianchi) e finì con un segretario calabrese.

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Il comportamento ambiguo di Scorza il 25 luglio 1943

Divenuto segretario nazionale del PNF (19 aprile 1943), Scorza organizzò una violenta campagna denigratoria contro i disfattisti che egli riteneva si annidassero fra i quadri del PNF e nella popolazione, tentando in questo modo di galvanizzare l’opinione pubblica, con scarsi risultati. Ormai tutti, iniziando dai gerarchi, si stavano preparando al peggio. Nel frattempo Scorza accumulava nuovamente cariche importanti nel regime come membro della Corporazione della Chimica (1938-1941) e della Corporazione della Siderurgia e Metallurgia (1941-1942), oltre che la presidenza dell’Ente della Stampa (1940-1943). Ma Scorza affrontò l’evento storico decisivo della storia del PNF quale fu la seduta del 25 luglio 1943 avendo una posizione piuttosto ambigua. Informato da Dino Grandi del suo Ordine del giorno nel quale avrebbe chiesto a Mussolini di cedere il comando militare supremo nuovamente al re e di ripristinare parzialmente l’ordine democratico nelle istituzioni monarchiche, Scorza inizialmente gli garantì l’appoggio, per poi subito pentirsene andando ad informare Mussolini delle mosse del Grandi. Così nella notte fra il 24 e il 25 luglio 1943 Scorza si proposte di presentare un suo contrordine del giorno in cui chiedeva riforme radicali nel partito e nel governo, impossibili comunque da attuare in poco tempo e che poi non sarà neanche discusso, e votò contro l’Ordine del giorno di Grandi.

Gran Consiglio del Fascismo 25 luglio 1943

Scorza nel Dopoguerra (1943 -1947)

Pietro Badoglio, nuovo presidente del Consiglio, emise un mandato di cattura nei suoi confronti mentre Scorza si rendeva irreperibile, fin quando scrisse una lettera il 27 luglio a Badoglio in persona per offrire la sua collaborazione al nuovo governo antifascista. Arrestato lo stesso il 23 agosto, il 12 settembre verrà liberato dalle SS naziste e portato a Salò da Mussolini, dove venne imprigionato con l’accusa di tradimento per aver offerto la sua collaborazione al generale Badoglio e attese il processo assieme al genero del duce Galeazzo Ciano e gli altri gerarchi che votarono l’Ordine del giorno Grandi. Imputato al processo di Verona (1944), fu graziato (forse perchè sapeva troppe cose compromettenti sul regime) per volontà di Mussolini. Fuggì nascondendosi prima in un collegio di Gesuiti a Padova e poi nel convento dei Minimi nella natia Paola, protetto da un congiunto frate. Nel dicembre 1946 riuscì ad imbarcarsi su un piroscafo diretto in Argentina dove partecipò alla politica nazionale del paese latino americano da esponente peronista. Nel frattempo condannato nel 1947 dalla Cassazione a trent’anni di reclusione per l’assassinio di Giovanni Amendola, fu amnistiato nello stesso anno dal ministro comunista di grazia e giustizia Palmiro Togliatti.

Scorza negli ultimi anni

Il rientro in Italia e la morte

Carlo Scorza rientrerà definitivamente in Italia soltanto nel luglio 1962 per andare a risiedere dalla figlia a Castagno d’Andrea di San Godenzo (FI) dove morirà quasi novantenne il 23 dicembre 1988.

Matteo Scalise

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