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Caro amico ti scrivo…. per il nostro dialetto lametino

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Caro amico ti scrivo…

Quante volte è capitato di esserci sbagliati sul conto di una persona e aver ricevuto delle delusioni

Dicono sia fisiologico e che appartenga alla sfera pratica (e anche magica) della vita umana, diciamo così!

Un nostro adagio, in forma di aneddoto breve, a tal riguardo, risulta piuttosto calzante: «amicu, si tu hai nu caru amicu nun ti fhidari lu tua amatu cori ca ancuni juarnu ti sarà nimicu e lli segreti tua ti caccia fhora», cioè «amico caro, se ne hai uno, non prestare fede al tuo amabile cuore, giacché verrà un giorno in cui proprio lui ti sarà nemico, mentre sanno diffusi quei tanti segreti che precedentemente vi eravate partecipati».

Riprendendo il nostro discorso, è normale, insomma, incontrare persone cui si era investita l’aspettativa più totale, puntualmente disattesa nel tempo: che si tratti di amicizia, amore o lavoro poco importa qui fare un distinguo, dal momento che il disinganno trascende la tipologia delle relazioni.

Soprattutto se si ha un carattere ingenuo o troppo sincero, le brutte sorprese stanno dietro all’angolo. L’opportunismo, difatti, è dilagante: «sim’amìci quand’ammazzàmu ‘u puarcu!», cioè «siamo amici quando uccidiamo il maiale!».

Un individuo di questa risma veniva definito dagli antichi Romani amicus ollaris, amico della pentola: «bella rròbba», aggiungeremmo noi! Allora, come provare la lealtà di un rapporto!? Semplice: come diceva la sapienza antica «vis experiri amicum? Calamitosus fias» (attribuita a Marco Terenzio Varrone, Sententiae, 21): «vuoi sapere se possiedi un amico? Diventa sventurato».

Al bisogno, infatti, scompaiono in tanti con una scrematura che fa paura: è proprio vero, e concludo, che «amicus certus in re incerta cernitur» (lett. “l’amico certo si riconosce nella sorte incerta”, o che è lo stesso “il vero amico si riconosce nei momenti difficili”).

Questa massima enniana (fr. 210 Vahlen) riduce ai minimi termini qualunque relazione interpersonale. Oggi, diremmo: pochi ma buoni, e credo non sia tanta peregrina la cosa. Che altro proferire!?

Togliamo di peso, scarcerandoci, qualche inutile palla dai nostri piedi: Lucio Dalla, da cui siamo partiti, quasi canticchiando su questo as-saggio dialettale, ci è Maestro. Spartiti musicali, spartendo musicalmente chi vale la pena di stare accanto a noi: do, re, mi, sol, la, si non è un lalallà!

Ringraziando Melina Palaia Cataldi, per il generoso contributo intorno al quale si è snodato il presente saggio dialettale.

Prof. Francesco Polopoli