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Chillu cà nun si po’ è cchiù forti d’ ‘u fhìarru

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ferro

«Quello che non si può è più forte del ferro»: frase idiomatica la cui eredità ha il buon nome dell’antico

Equivalenti sono, sul piano semantico, le espressioni latine «ad impossibilia nemo tenetur» («nessuno è obbligato all’impossibile») ed «impossibilia nulla obligatio est» («nessun obbligo vi è nei confronti delle cose impossibili»).

Limitatamente alla prima delle due si tratta di un brocardo di vecchia data: presumibilmente un precetto sorto già alle origini della civiltà agricola romana, quale parte del primo insieme di leggi minime nate per regolare la convivenza civile. Tale massima fu ripresa nel Digesto (le Pandette) di Giustiniano ed è opera del giurista Publio Giuvenzio Celso Tito Aufidio Enio Severiano, conosciuto più popolarmente come Celso il Giovane.

Ad onor del vero, comunque, Quintiliano riporta pure la norma «non tentanda quae effici omnino non possint», ovvero «non bisogna tentare di fare ciò che non v’è assolutamente possibilità di fare», ancorché nella Grecia antica ci fossero locuzioni di pari concetto: per esempio «μὴ ἐπιθυμεῖν ἀδυνάτων» (trasl. “mē epithein adynatōv”) «non aspirare a ciò che non si può ottenere», citazione di Chilone, testimoniata da Diogene Laerzio (1,70), oppure «ἀδύνατα θηρᾷς» (traslitterato “adynata thēras”), «tenti cose impossibili».

Tornando al nostro adagio vernacolare, nel senso comune, cosa che preferisco chiamare Vulgata, è usato per giustificare la mancata ottemperanza a un impegno assunto, dovuta a cause di forze maggiore. Insomma, non si può, e basta: c’è pura una legge al riguardo, quindi rassegniamoci! Della serie dura lex sed lex…ut ferrum, ut Lametiae dicĭtur.

Prof. Francesco Polopoli