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Ciao e Servus: schiavi di ieri, saluti di oggi

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Ciao deriva dal termine veneziano s’ciao, proveniente, a sua volta, dal tardo-latino sclavus, traducibile come “[sono suo] schiavo”.  
Si tratta di un  gesto verbale e gestuale alquanto frequenziale, financo letterario, come  attestato dalle commedie  goldoniane: ne La locandiera, ad esempio, il Cavaliere di Ripafratta si congeda dagli astanti con «Amici, vi sono schiavo», espressione usata anche da Don Roberto nella commedia La dama prudente (atto I, scena VI).
Anche Servus, in fatto di ossequio ad personam, non fa una grinza rispetto al precedente termine: dall’omografo lat. servus (servo, schiavo) può essere considerato la forma breve dell’espressione “sono vostro servo” o “sono al vostro servizio”.
[Tra le altre cose, è comune in Saarland, Renania-Palatinato, Baden-Württemberg, Baviera, Assia meridionale e centrale, Turingia meridionale e orientale, Franconia, Austria, Alto Adige (anche nella forma servas), Slovenia, Croazia (servus o serbus), Ungheria (szervusz / szervusztok, szia / sziasztok), Slovacchia, Transilvania e nord-ovest della Romania].
E’ affascinante la nobilitazione di uno status linguistico che riscatta la dignità dell’uomo nel tempo. Oggi, però, ho l’impressione che quegli schiavi di partenza siano diventati, malgrado la parentesi felice del lessico, dei servi d’arrivo.
Forse, è opportuno, quanto ieri, riappropriarsi della poesia di un canto, dal momento che, declassati a soldatini dello stesso stampo, al seguito del capitan Fracassa di turno, siamo sempre più a scarso conto di diritti in mano.

Questa mattina mi son svegliato
oh bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao,
questa mattina mi son svegliato
e ho trovato l’invasor.

Oh partigiano, portami via
oh bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao,
oh partigiano, portami via,
che mi sento di morir.

E se io muoio lassù in montagna
oh bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao,
e se io muoio lassù in montagna
tu mi devi seppellir.

Seppellire sulla montagna,
oh bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao,
seppellire sulla montagna
sotto l’ombra di un bel fior.

E le genti che passeranno,
oh bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao,
e le genti che passeranno
mi diranno: ” Che bel fior “.

È questo il fiore del partigiano,
oh bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao,
è questo il fiore del partigiano
morto per la libertà.

(Questa è una delle canzoni più famose della Resistenza italiana al nazi-fascismo: in una versione cantata da Giorgio Gaber).

Nuova (R)esistenza per un’esistenza meno deprivata, o il sal(u)to fa un brutto salto nel buio!

Prof. Francesco Polopoli