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Come nasce la parola «strifhìzzu?»

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strifhizzu

Mi è stato chiesto recentemente di offrirne una ricostruzione etimologica, sebbene sul piano semantico il Lessico di Santo Sesto sia piuttosto esauriente:

a) indumento sordido e maleolente, straccio, cencio sozzo e, in genere, qualsiasi oggetto immondo;

b) individuo reietto e spregevole («‘st’ùamin’è ppropriu ‘nu striphìzzu!», «quest’uomo è proprio un essere abietto!».

Una piccola nota a margine, afferente al dialetto maidese, che rientra, comunque, nell’hinterland lametino: gli «strihizzi» sono pure gli «intestini degli animali».

Andiamo al nocciolo della questione, ora! A mio avviso l’indelicato vocabolo del nostro pian-oro non è di certo oro che cola dalla bocca e ve ne spiego le ragioni: il retaggio antico (lat. faecea, agg. di faex faecis; cfr. feci) non fa che evidenziare il carattere escrementizio del destinatario d’interlocuzione.

Se poi aggiungiamo che il prefisso -stra (dal lat. extra), usuratosi in -stri iniziale di parola, sta per eccedenza (come ad es. strafare, strapotenza, et cetera), comprendiamo da soli che ci troviamo di fronte ad una constatazione miserevole al superlativo assoluto.

Ricordate “Fracchia, la belva umana” con Paolo Villaggio ed Anna Mazzamauro?

Quando il noto comico protagonista accompagnò al cinema la Signorina Corvino, lei, da super-antipaticona sbottò dicendogli: «Sei una merdaccia».

Beh, direi che il senso sia, grosso modo, simile, se non esprimibile, addirittura, nel suo grado più alto.

«Capra, capra, capra» di Sgarbi, al confronto, è molto più raffinato, sicurissimamente!

Prof. Francesco Polopoli