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È dell’insegnare l’apprendere

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Proprio così: due verbi in un modo d’essere, ed il cui accento si prolunga nel tempo.

Una diade nella grammatica delle relazioni, a ben pensarci, eh sì: e non è l’unica e sola, del resto! Alcuni sostantivi participiali, ad esempio, stabiliscono finanche il segno giusto nell’accompagnarsi a vicenda: lo è, almeno, per in-segn-ante (da signum) e per docente (da duco).  Peccato che le politiche dis-educative non sappiano leggere il valore di un legame, forse perché è estraneo, in sé, da tanti anni ormai, il contatto con la realtà, questo è il punto della questione! Mancano i sensi nel senso delle cose, perché si manca  soprattutto di poesia:  altra impresa,  non quella  della disumana mercanzia! Persino le parti variabili ed invariabili del discorso concorrono a  tracciare un senso compiuto di verità, in nome della coerenza e di una sana coesione. Tuttavia, non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire! Io so semplicemente che la fabbrica del mondo inizia proprio dal  sacro poco che è l’assoluto tutto:  e soprattutto, nella formazione di una scuola capace, ancora, di  saper plasmare dei sogni.

Spesso, mi basta un pensiero, come quello di un mio ex-allevo, a dirmi che nel caos, dove tutti  sguazziamo, c’è una luce più forte a prepararci nuovi sentieri. Anche Cristo, poi,  ha chiamato pietra un uomo che si sbriciolava spesso, meno saldo del ghiaino, sicuramente, ma degno dell’istituzione più duratura dell’umanità: la Comunità! Anche la scuola è infrangibile:  altrettanto ammaccata, quanto il primo Rinnegatore. Calma e gesso, allora, perché il tempo darà ragione su tutto! Ferita, passionata ma votata alla pasqua, come la storia infinita a cui siamo stati battezzati, è pronta a rialzarsi nuova-mente per le menti nuove del futuro prossimo, che di meglio  dovrà essere (senza fare volontaria pubblicità al cognome noto del sindacato Gilda! Battuta!!!). Piuttosto, ora, spostando il piano d’attenzione,  diamo la parola a un giovane apostolo, dandogli spazio in un suo racconto,  che è tutto intriso di occhi omerici per una nuova epopea, quella della Meglio gioventù, a cui ogni realtà è chiamata, d’ora in avanti, a dare risposte sempre più certe.

Via delle Moire

Voci di strada e il vento fuggente

c’è un posto dove il silenzio è apparente,

un’ anziana che cuce il tuo amore

in via delle Moire hai lasciato il tuo cuore

 

lì manca soltanto la croce

di chi ama la luna e la luce,

di chi ha perso il ricordo della sua storia

e vuole il ritorno della memoria

 

mancano ancora grida e parole

di chi vide i bei raggi di sole

viaggiare lontano anni luce,

sognando per sempre a chi tace

di rubare in silenzio la voce

 

In via delle Moire sta suonando un violino

è la canzone del tuo destino

 

Ma passeggiando per via delle Moire

puoi chiedere un po’ di destino

cucito a misura come un vestito

e succede che mentre stai chino

del destino ti trovi spogliato

comprato ormai per dieci lire

 

Poi ti chiedi perché l’hai comprato

forse troppo destino hai assaggiato

e dimmi ora qual è il vero prezzo per un buon Fato

e dimmi che il prezzo pagato è un destino sognato

 

In via delle Moire sta girando un bambino

è il girotondo del tuo destino.

 

In via delle Moire hai lasciato il destino

credendo di averne uno divino

ma ora che hai vissuto la morte con anticipo tremendo

getta il cuore e l’amore nell’oceano più profondo

 

Qual è ora la sola emozione

che per vivere è rimasta la sola ragione

dimmi qual è che ti fa compagnia

mentre mangi il destino e bevi la pazzia

 

In via delle Moire sta cantando un bambino

è la canzone del tuo destino.

(Mattia Bevacqua)

Pensieri in libertà desti al destino, declinati nella coniugazione perifrastica attiva di un’auspicata destinazione sociale, bravo Mattia!

Per quanto mi riguarda,  preso atto del fallimento di  tante legislature passate e presenti, in corso e fuori corso, non mi resta che scongiurare, come il giovanissimo di Rende (CS), il pericolo maggiore, sempre di più ad portas:  quello della grande bellezza, a cui nessuno, suo malgrado, può essere assente, laddove tentassero di vanificarla. Ed auspico che al posto dei musoni indegni del museo a cielo aperto, che è l’Italia tutta, possano sedersi, in prima fila, non le ministranti di questa Camera charitatis, per carità, ma Calliope, Clio, Euterpe, Erato, Melpomene, Polinnia,  Talia, Tersicore, Urania. Eh già, le  nove Muse, alla prova del nove, per cambiare disco, una volta per tutte!

Disco, discis, didici, discĕre: paradigma del verbo latino dell’imparare, per rifare una Scuola buona!

Ps: A scanso di equivoco, Clio, comunque, non è la moglie di Giorgio Napolitano, anche se a modo suo, è anche Musa per lui, certamente!

Prof. Francesco Polopoli