Eugenio Giambro, il vescovo lametino da record

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Intransigente, fu vescovo di Nicastro per ben 39 anni, nei quali lasciò segni tangibili del suo governo nella coscienze e nelle opere materiali lasciate alla sua diocesi. 

Eugenio Giambro nacque a Calascibetta (EN) l’11 ottobre 1866 e qui fu ordinato sacerdote il 23 maggio 1891. Si trasferì a Nicastro (oggi Lamezia Terme) per desiderio del vescovo  Domenico Valensise affinché insegnasse Teologia morale e dogmatica nel seminario cittadino. Nel frattempo entrerà nel clero diocesano ricevendo il titolo di Canonico Penitenziere. Con l’episcopato di monsignor Giovanni Règine (1902-1916), Giambro diverrà rettore del Seminario e poi Vicario generale della diocesi.

Giambro, giovane sacerdote

Giambro definitivamente a Nicastro

Giambro fu elevato alla dignità episcopale da Papa Pio X come vescovo della diocesi di Sarsina (oggi arcidiocesi di Cesena – Sersina) dal 1911 al 1916, allorquando fu trasferito a Nicastro per succedere al Règine come vescovo. Accolse da pastore della diocesi nel 1924 il potente gerarca fascista Michele Bianchi giunto a Nicastro per le elezioni di quell’anno,  nonché dei reali Savoia due volte; nel 1936 del principe ereditario Umberto e nel 1942 del re Vittorio Emanuele III che visitarono entrambi la caserma militare dedicata ad Elvidio Borelli. Nel 1927 celebrò i funerali del grande studioso della lingua ebraica a Firenze don Francesco Scerbo.

Il governo episcopale di Giambro

Di Eugenio Giambro bisogna ricordare almeno tre aspetti del suo governo episcopale: la severità del suo governo, le opere materiali da lui volute e il tentativo di ridimensionamento delle tradizioni religiose diocesane negli anni trenta del XX secolo. Nonostante Giambro fosse un ecclesiastico molto colto, buon conoscitore della Teologia e delle lettere, a causa di un carattere molto particolare, rimase impressa nel clero e nel popolo la sua severità personale e di governo. Era una persona molto semplice nel privato e molto pia. Molto rigoroso con se stesso, pretendeva altrettanto dai suoi collaboratori, dai parroci e dai fedeli. Egli visse nel seminario vescovile di Nicastro dove oltre ad insegnare, consumava i pasti, pregava ed usciva con i giovani seminaristi. Egli incuteva timore reverenziale, per via della sua altezza fisica e per gli atteggiamenti ieratici con cui comunicava. Col clero ebbe rapporti molto formali e soleva comunicare con esso più per mezzo di decreti che col dialogo personale, con cui impartiva direttive soprattutto pastorali come nel 1924 quando esortò il clero diocesano a votare e convincere i fedeli a votare il Listone Nazionale fascista. Ossessionato che nelle parrocchie potessero venir meno parroci, fu fra i primi vescovi ad accogliere in diocesi candidati al sacerdozio provenienti da altre diocesi (Fidei donum), soprattutto siciliane. Per questo motivo il Vaticano inviò un Visitatore Apostolico, il futuro arcivescovo di Milano, Alfredo Ildefonso Schuster, per controllarne la regolarità degli atti. Per dar prestigio alla sua diocesi nel 1942 richiamò da Roma il sacerdote e intellettuale don Luigino Costanzo, che nominò Vicario generale della diocesi di Nicastro.

Giambro negli anni Quaranta

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Sulla processione di Sant’Antonio

Fin dal 1919 fece riprendere le pubblicazioni di un periodico diocesano, il Foglio ufficiale della diocesi di Nicastro, che ebbe vita altalenante a causa delle pubblicazioni irregolari. Se in generale su questo organo di stampa Giambro dava indicazioni o spiegazioni di carattere morale e liturgico, in alcuni numeri si espresse anche su questioni extra-religiose come  nel 1926, allorquando seguendo le direttive della Conferenza Episcopale Calabrese, scrisse una lettera pastorale dove dette chiare indicazioni sullo svolgimento della secolare processione di Sant’Antonio a Nicastro, col divieto tassativo da quell’anno di non appendere più denaro alla effige sacra, di fermarsi davanti le case, di eseguire canti a pagamento e di prolungare oltre il tramonto la processione. I nicastresi reagirono male a questi disposizioni, che rivoluzionavano consuetudini secolari, tanto che per il giugno 1930, in circa 500, fomentati da esponenti fascisti contrari al Concordato siglato l’anno precedente fra regime e Chiesa Cattolica, si recarono in massa sotto la sede dell’Episcopio, gettando pietre in direzione del balcone ove era l’ufficio di Giambro. Egli reagirà lasciando sdegnosamente la sua diocesi. Mediarono per far ritornare la concordia fra la popolazione e il presule siciliano il podestà Nicola Nicotera di Martà e il senatore Salvatore Renda.

Facciata Cattedrale Nicastro (ora Lamezia Terme) come la volle Giambro nel 1939

Nelle pubblicazioni dal 1940 al 1942 Giambro non si pronunciò mai sulle terribili condizioni che la guerra affliggeva anche la sua diocesi, quasi come se il suo distacco dal mondo circostante fosse portato alle estreme conseguenze, mentre nei numeri dell’anno 1943 espresse in modo chiaro e netto la necessità che i fedeli e il clero della sua diocesi votassero e facessero campagna elettorale per quei partiti (la DC) che avessero a cuore le sorti della Chiesa e della sua libertà di azione, per arginare il percolo ateo e materialista del marxismo, mentre nel 1945 ribadì anch’egli nella sua diocesi ciò che aveva deciso la Conferenza Episcopale Calabrese attraverso una lettera pubblica, cioè che ci fosse una decisa formazione degli italiani alla Dottrina Sociale della Chiesa come argine alla diffusione del comunismo fra le popolazioni più povere del Meridione d’Italia, inclusa la Calabria.

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Le modifiche alla Cattedrale di Nicastro

Giambro ha lasciato alcune tracce architettoniche a Nicastro. A lui infatti si deve dal 1926 il mutamento della facciata e della scalinata della Cattedrale di Nicastro in stile neogotico e della costruzione ex novo della cupola (1935-1937), desideroso che fosse somigliante a quella della basilica vaticana di San Pietro a Roma, (anche se circolava voce che volesse che fosse somigliante anche alla cupola del Parlamento tedesco, un chiaro omaggio ad Hitler) così come a lui si deve l’acquisto e la ristrutturazione dell’antico Palazzo vescovile del Vescovo di Martirano (CZ) sito a Decollatura (CZ), che trasformò nella sede del Seminario estivo.

Lastra marmorea commemorativa dell’episcopato di Giambro nella Cattedrale di Lamezia Terme.

Egli, in generale, ha organizzato l’ufficio Amministrativo e l’Archivio della Curia di Nicastro, nonché il restauro della santuario della Madonna di Visora in Conflenti (CZ).

Il suo episcopato vanta di essere fino ad oggi il più lungo della storia conosciuta della antica diocesi di Nicastro, in quanto durò 39 anni. Infatti nel 1955 (all’epoca non esistevano ancora le dimissioni dei vescovi nel diritto canonico come oggi) con la nomina ad Arcivescovo titolare di Cipsèla, fu indotto a dimettersi da vescovo di Nicastro. Ritornò in Sicilia, ove si ritirò nell’Oasi di Aci Sant’Antonio (CT) dove morì il 17 febbraio 1960, novantaduenne.

Nonostante nel suo testamento avesse espresso chiaramente la celebrazione di esequie funebri modeste, questa sua volontà fu disattesa e un lungo corteo funebre passò su corso Numistrano in direzione della Cattedrale, che vide la presenza delle autorità civili, militari e religiose della diocesi e di una grande partecipazione di popolo, desideroso di omaggiare colui che fu il loro pastore d’anime per circa quarant’anni. Su sua richiesta le spoglie mortali furono tumulate nella cattedrale di Nicastro ove attualmente riposano sotto il pavimento dell’Altare Maggiore assieme a quelle di monsignor Giovanni Perrone, suo precedessore nel XVIII secolo.

Matteo Scalise

 

 

 

 

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