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«Fa llu ciùatu ppi ᾿un jiri alla guerra!»

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«Fa il deficiente per non andare in guerra!»: caratteristico modo di dire che si usa a proposito di uno che faccia il finto tonto per non assumersi le proprie responsabilità, o che finga di non capire quali siano i propri doveri.

Il nostro adagio parte da molto lontano in questa successione esclamativa: forse perché siamo terinei, la matrice potrebbe essere omerica, perché no!?

Del resto il lametino è fieramente magnogreco; chi può contestarlo!? Vediamolo…Ulisse fu, con ogni probabilità, il primo a metterlo in pratica o, almeno, a provarci, da «ciùatu maliticu», facendo il mentecatto, cioè!  Un oracolo gli aveva predetto: “Se andrai a Troia, tornerai dopo vent’anni, solo e in miseria”.

Se a questa infausta  profezia  si aggiunge che gli era da poco nato il figlio Telemaco, appaiono ancora più giustificabili le ragioni per cui il Laerziade non avesse alcuna voglia di andare a combattere insieme agli altri re greci; ecco perché, quando vide arrivare a Itaca Agamennone, Menelao e Palamede, giunti lì apposta per portarlo con loro in Asia minore, si mise un cappello da contadino in testa e iniziò ad arare un campo, mettendo insieme un bue e un asino e gettando all’indietro manciate di sale. Inoltre, per rendere ancora più verosimile la sua follia, finse di non riconoscere gli amici.

Ma, sfortunatamente per lui, Palamede intuì l’inganno, strappò dalle braccia di Penelope il piccolo Telemaco e lo appoggiò a terra, proprio davanti al bue e all’asino.

Ovviamente, il nostro Itacese tirò immediatamente le redini per fermare i due animali e non uccidere il suo unico marmocchio, dimostrando così di non essere affatto squinternato e partendo di conseguenza per il conflitto più epico che la memoria umana ha avuto modo di ricordare.

Morale della storia? I geni dei classici ci seguono anche nel parlato ed il vernacolo lametino, alla luce di tutto ciò, è proprio una lingua geniale, come quell’amica di Elena Ferrante cui il sottratto cognominale vale solo ed esclusivamente per richiamare il «ratto» più audace delle storie umane.

Quale fu il casus belli, un giorno chiesi ad uno studente, per intercettare il feedback della lezione.  Per ingenuità lessicale mi rispose «un topo», non volgendo questa forma casereccia al femminile, soltanto per delicatezza, e per giunta in una versione dotta, a parer suo! Anche in questo caso ne venne fuori un mito studentesco: ma non è che «facìa puru illu llu ciùatu ppi ᾿un jiri alla guerra!?».

Prof. Francesco Polopoli