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Fase 2. I kafkiani rientri degli italiani all’estero in tempo di pandemia

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Una nuova testimonianza si aggiunge a quelle di chi nelle ultime settimane non ha patito solo il lockdown e la paura del contagio, ma anche la difficoltà di far ritorno a casa

E’ G.D.S. a raccontare al nostro giornale l’odissea vissuta da sua madre di rientro dall’Australia.

Quando la pandemia ha varcato, blindandoli, i confini del continente insulare, quella che doveva essere solo una vacanza si è trasformata in una surreale attesa fatta di ansia, incertezze e limiti burocratici.

Immaginate cosa significhi ritrovarsi nell’altro emisfero della calotta terrestre mentre i propri figli vivono in una delle terre più colpite da un virus di cui non si sa nulla, ricevendo solo drammatiche notizie frammentarie e iniziando un periodo di quarantena con un visto turistico in scadenza. Eppure, questo è solo l’antefatto.

“Era un viaggio programmato da parecchio tempo per far visita ai parenti lontani. Partita il 27 gennaio, sarebbe dovuta rientrare tre mesi dopo. A metà marzo, quando anche in Australia è iniziato il lockdown, Etihad e le altre compagnie aeree hanno soppresso tutti i voli. Dall’Italia ci siamo subito mossi tramite l’ambasciata e la Farnesina per fare richiesta di allungamento del visto e individuare la prima data utile per il rientro.

Non ci sarebbero stati voli prima del primo luglio. Solo la Quatar Airways non aveva smesso di viaggiare: c’erano dei voli da Melbourne con cambio a Doha che arrivavano a Roma. Da lì non c’era continuità con Lamezia, ma si poteva prendere un aereo Alitalia. Ci era sembrata una buona possibilità”.

Nessun tampone o misurazione della temperatura negli aeroporti di Melbourne e Doha, ne obbligo di mascherine e guanti, era richiesta solo l’autodichiarazione per l’entrata in Italia dall’estero.

Il suo era un volo assistito, era trasportata in carrozzina perchè non poteva viaggiare da sola. L’incubo è iniziato a Doha: a causa di un guasto tecnico il volo ha subito più di due ore di ritardo. Arrivata a Fiumicino (era mercoledì 21 maggio) non c’era più un aereo per lei. Non essendoci la continuità, non erano tenuti ad aspettarla. Per pochi minuti ha perso la coincidenza e la possibilità di concludere il suo viaggio.

Non sarebbero partiti altri voli per Lamezia fino a domenica (24 maggio). Io e mia sorella abbiamo tentato per tutto il pomeriggio di trovare una soluzione, sempre telefonicamente. Non c’era alternativa, di lì a poco l’aeroporto avrebbe chiuso e bisognava trovarle un posto per la notte, a sue spese. Le hanno proposto poi di provare con Trenitalia, c’è il raccordo tra Fiumicino e le Ferrovie dello Stato.

Inizia così una nuova corsa e una nuova speranza, ma arrivata alla biglietteria Trenitalia di Fiumicino l’ennesima delusione: chi arriva dall’estero deve fare quattordici giorni di quarantena con un certificato che lo attesti, prima di poter salire su un mezzo di trasporto pubblico!

Dove avrebbe potuto farla lei, da sola e senza un posto in cui fermarsi? Abbiamo saputo che gli alberghi dei dintorni erano al completo, affollati da viaggiatori nelle stesse sue condizioni“.

D’altronde la normativa del Ministero degli Affari Esteri in materia parla chiaro: chi entra in Italia dall’estero (dal 18 maggio al 2 giugno) deve trascorrere un periodo di 14 giorni di sorveglianza sanitaria e isolamento fiduciario  nella propria abitazione o, in mancanza, in altro posto determinato dalla Protezione civile regionale.

Sono previste delle eccezioni per permettere di concludere il viaggio, ma nel tragitto non è consentito usare mezzi di trasporto pubblico diversi da quello utilizzato per entrare in Italia. È possibile solo il transito aeroportuale: chi entra in Italia per via aerea può prendere, senza uscire dall’aeroporto, un altro aereo per qualsiasi destinazione nazionale o internazionale.

Vi è una clausola: chi entra in Italia dall’estero per motivi di lavoro, salute o assoluta urgenza può rinviare l’inizio dell’isolamento fiduciario di 72 ore (o, in casi eccezionali, di 120 ore totali).

Lo spostamento in questione rientrerebbe tra la fattispecie di “assoluta urgenza”, autocertificata con il modulo messo a disposizione dal Ministero dell’interno? Perchè le Ferrovie dello Stato lo impediscono?

Come devono comportarsi in questi casi gli sventurati viaggiatori? Perchè nessuno si occupa di loro?

“Mio fratello ha così deciso di partire da Lamezia e andare a prendere nostra madre in macchina, rimaneva l’unica soluzione”. 

In tutto ciò, ancora nessun controllo, a parte le due certificazioni consegnate all’arrivo negli aeroporti di Doha e Fiumicino. Cosa prevede la sorveglianza sanitaria imposta dal Dipartimento di prevenzione? Qualcuno le farà mai un tampone?

Nessuna risposta è prevista: i virus passano, i paradossi restano.

Maria Francesca Gentile