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Il frutto dell’attesa non cresce selvatico. Sotto la lente

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Sotto la lente - Mara Larussa

“Solo un attimo!” esclamai ad alta voce dall’altra stanza, e in quel momento iniziò l’attesa

La protagonista logorante, e al tempo stesso energizzante, delle nostre vite.

Sorella minore dell’aspettativa che la precede e sostegno costante della successiva azione.

L’attesa è metro delle nostre intenzioni, è misura dell’amore che proviamo per ciò che attendiamo.

L’attesa del piacere è essa stessa un piacere” sosteneva l’illuminato Lessing, ma talvolta l’attesa è tensione, paura, consunzione, trascinamento, talaltra è tenacia, convinzione, virtù, coraggio.

Come nelle tele di Penelope, l’attesa non è mai tempo perduto, se la portiamo a frutto.

Secondo uno studio dell’Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione la capacità di saper attendere e ritardare una gratificazione è segno di cognizione avanzata, ma molte specie di animali e di uomini vivono d’impazienza, non sanno attendere più di pochi secondi.

Odiamo tutti le attese e osiamo tutti sfuggirvi.

Per ritornare ad attendere. Ciclicamente. In quello che è il vortice dell’esistenza che ci attrae, e poi respinge.

E tanto più il risultato è desiderato tanto più tollerata sarà l’attesa, tanto vale per uomini, adulti e bambini, come per le scimmie cappuccine.

Capita che sfiori la vita di qualcuno,
ti innamori e decidi che la cosa più importante è toccarlo, viverlo,
convivere le malinconie e le inquietudini,
arrivare a riconoscersi nello sguardo dell’altro, sentire che non ne puoi più fare a meno…e cosa importa se per avere tutto questo devi aspettare cinquantatré anni sette mesi e undici giorni notti comprese” raccontava Florentino Ariza, il giovane poeta, paziente come pochi, nell’Amore ai tempi del colera di Gabriel Garcia Marquez, invitandoci a capire che l’attesa è il percorso su cui costruire la nostra felicità.

Dobbiamo solo capire cosa noi desideriamo, realmente, sopra ogni cosa. E aspettare, impegnandoci, per realizzarla.

Perché il frutto dell’attesa non cresce selvatico.

Mara Larussa