#Guai a prendersela con Orazio

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#Guai a prendersela con Orazio

Potrebbe essere, questo, un buon aggregatore tematico alla pari di tanti #hashtag, che circolano in rete, decisamente!

E’ inutile appellarsi all’oraziano disiecti membra poëtae (Sat. I, 4, 62) per legittimare nel mare magnum dei passi d’autore l’autorevolezza delle citazioni: è vero che le parti smembrate sono capaci di far risalire alla fonte primigenia, ma è altrettanto evidente che senza un’adeguata contestualizzazione si corre il rischio di fare una pessima macelleria di quanto si riporta.

L’uso, poi, è scaduto, oggi, ad abuso mediatico, a tratti anche insopportabile, dal mio punto di vista: basta scorrere i faceprofili o gli aggiornamenti di Instagram per scorgere un’omogeneità di incisi che si limitano a dire solo quel poco che si legge.

La profondità di tanta superficialità profonde pochi rivoli di energia, in linea di massima funziona così: basta navigare un po’ e fare incetta di idee, della serie “Sapienza all’immediata occorrenza!”.

La ricerca, tra le altre cose, opera una  ginnastica manuale e mentale velocissima: “Seleziono, taglio, condivido”.

Insomma, ecco bell’è pronta la società multimediale “del copia ed incolla”: o sarebbe meglio dire dei pezzi da assemblare!

Un tempo sentivo associare alla parola “pezzi” quella di “pezzente”: ma forse è meglio tacere sulla soglia della buona educazione, perché il silenzio basta a sé come Pensiero stupendo, a dirla con Patty Pravo.

Non so chi dicesse di lasciar cita-re nella lingua di Cita i pensieri in libertà, perché tali sono quelli senza un quadro d’insieme che li mette in moto; so solo che qualcun altro, in modo meno garbato, lascia che i somari facciano i loro versi.

Il fantasma di Eco, purtroppo, sembra non essere spettrale dalle nostre parti: peccato!

Per quanto mi riguarda, attenendomi alla sola versione dei fatti, so solo che Orazio andava spolmonando l’idea secondo cui, se nei versi si fosse alterato l’ordine degli elementi, o verbali, o ritmici, non si sarebbero potute più ritrovare le vestigia dell’antica poesia, impersonata dall’immagine delle membra disperse del poeta, verisimilmente tratta dal mito di Orfeo dilaniato dalle donne tracie. Che importa?!

Imbambolati tra le braccia di Morfeo infiliamo nel carrello della spesa più cose, e non è un’impresa tanto difficile, considerato il fatto che si può schiacciare pure mezzo pisolino, digitando: infine, chi si rivolterebbe più dalla tomba?

Un’espressione vale un’altra: neutra senza paternità, quale Ghost ci farebbe vedere i sorci verdi?

Eppure, nel chiudere con la prima satira, da cui siamo partiti, fingere qui non visa potest, ovvero chi giunge ad inventarsi ciò che non ha mai visto, hic niger est, costui ha un’anima spregevole.

E’ menzogna tirare a sorte le bustine di Minerva: solo strepito di parole, è questa la Verità!

Altri tempi, invece, quelli in cui si parlava per esperienza di ciò che si sapeva: oggi, alla romana, si paga il sol palato ap-paga-to.

E la cultura? Roba da dinosauri…

Prof. Francesco Polopoli

 

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