Il caso Mahmood

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Il caso Mahmood

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Ai margini di un post insolente, estrapolato dal facecircuto, mi va di aggiungere qualche parola in riga come voce di dissenso

Non entro in merito alle discussioni del post Festival: è stato un colpo delle élite contro la volontà sovrana del popolo? Cui prodest (“a chi giova?”) et cui bono (“chi ne beneficia”?) sentenzierebbe un buon Romano.

I problemi, quelli più seri, stanno da tutt’altra parte.

Tuttavia, mi va di difendere la tradizione musicale rappresentata da un trio femminile d’eccezione, che, ancora, tra ieri ed oggi, fa costume, cultura e società, così come è giusto, d’altro canto, anche ricomporre l’immagine di un italo-egiziano, fatta a pezzi tra strumentalizzazioni o polemiche.

Che il testo vincitore abbia un difetto argomentativo ce ne siamo resi conto un po’ tutti: d’altronde, è dell’era del berlusconismo un linguaggio non specificatamente distinto, lontano dai princìpi d’identità e di non contraddizione; quindi, non fa meraviglia!

Volendone preservare lo spirito, però, non può non colpire l’espressione musicata “bevi champagne sotto ramadan” che è come dire “predichi bene e razzoli male”: nulla di blasfemo, solo un’occasione per smascherare l’ipocrisia che è un Festival un po’ovunque, oramai!

“Abbiamo due tipi di morale fianco a fianco: una che predichiamo, ma non pratichiamo, e un’altra che pratichiamo, ma di rado predichiamo”, avrebbe detto anche Bertrand Russell, oppure Fallaces sunt rerum species et hominum spes hominum (le apparenze sono ingannevoli e tradiscono le speranze degli uomini), che è una nota sentenza latina.

Insomma, tutto ciò che ha incarnato, a malo modo, la figura paterna di Mahmood.

La canzone, arabeggiante dal narghilè fino a piccoli incisi lessicali (“Waladi waladi habibi ta’aleena”, “figlio mio, figlio mio, amore vieni qua”), attua, poi, una desacralizzazione materialistica; il cantante spende le parole contro la falsità ed il denaro, in tutto questo, batte cassa solo per esserne un conto salato: amaro ed inutile, perciò!

Per il resto l’eco del ricordo di un padre che se ne è andato e non è più tornato, motivo che alza il livello della canzonetta nella storia graffiante dell’autore.

Suo padre, infatti, ha fatto proprio “come padre Zappata, o fra Pasquale, che predicava bene e razzolava male”, o a voler semplificare ancora di più, le parti del gallo in un pollaio. Perché?

La razzolatrice “più in gamba” è, infatti, la gallina che cerca nella terra sassolini e quanto altro può essere utile per “costruire” il guscio delle uova; mentre, “l’ugola d’oro” del cortile, razzola molto di rado: fuor di metafora, è della madre la premura che lui ricorda per sé, mentre, della figura paterna, ahimè, per lui, una persona “virtuosa” solo a parole, perché nei fatti ha dato esempi tutt’altro che lodevoli.

Spunti per riflettere su tante situazioni familiari in Italia: e non sono poche, nel dramma di (chi) è diviso e non con-diviso.

Prof. Francesco Polopoli

 

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