Il più sciancato di Nicastro

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vecchia Nicastro

Al censimento storico ne risulta uno solo ed è per giunta un aristocratico legato alla corte di Neocastrum

Prima di svelarne l’identità, è opportuno fare una contestualizzazione.

Intanto, una chiosa a presentazione di Nicastro: agglomerato urbano sulla cui identificazione, tra l’altro, c’è un’abbondante messe di studi.

Secondo una tradizione locale il quartiere più popoloso di Lamezia, infatti, sarebbe una delle città più antiche d’Italia, fondata da un tal Askenaz, pronipote di Noè.

La notizia, però, ha contorni suggestivi e leggendari, ma non fa nulla se alimenta un bel racconto! La piccola urbe è stata identificata sia con l’antica Numistro o Numistra (ragion per cui la via principale della città è chiamata Corso Numistrano) che con Lissania, città fondata agli inizi dell’era cristiana.

Gli storiografi contemporanei, comunque, tendono a escludere queste congetture, collocando la fondazione, invece, verso l’VIII secolo. Detto ciò, proprio qui da noi, nella roccaforte nicastrese, per intenderci, proprio su, in castello, vi soggiornò sicuramente l’imperatore Federico II (e su questo non ci piove!) e il fortino venne pure utilizzato come prigione per il figlio ribelle di quest’ultimo, Enrico, detto lo Sciancato.

Per la cronaca il principe ribelle morì il 10 febbraio 1242 a Martirano, in Calabria, e fu sepolto in un sarcofago romano nel Duomo di Cosenza. A dire il vero, è’ ancora un giallo la modalità del suo decesso: stando alle fonti di Riccardo di San Germano, Salimbene da Parma e dell’Anonimo Cronista Umbro, per i quali “ex improvviso cadens infirmatus obiit”, sarei propenso a credere ad una morte naturale, in ossequio ad una fedele traduzione linguistica (“cadendo improvvisamente malato, morì”), che, per quanto mi riguarda, è lectio facilior, ma una vulgata sembrerebbe ammantare la sua scomparsa con un’inchiesta aperta: incidente, suicidio o omicidio?

Ma torniamo a lui per spiegarne il suo epiteto, lasciando una spinosa questione, che peraltro credo essere infruttuosa in questa sede. Un esame paleopatologico sul suo corpo, quello del 1998, rivela resti appartenenti a un uomo alto circa 1,66 m, dalla struttura fisica vigorosa e dalle forti attaccature muscolari: insomma, un individuo di una certa statura, considerati i tempi, perché no!

Tuttavia, lo scheletro mette in evidenza gli esiti di traumi e sovraccarichi dovuti probabilmente alla pratica dell’equitazione e i segni di un’antica lesione secondaria derivante da un trauma al ginocchio sofferto in gioventù: fu una deformità rotulea ad indurre quella zoppia, che è una delle poche caratteristiche note dell’aspetto fisico di Enrico, di cui le cronache tramandano il soprannome di sciancato, termine che ha una fortuna non solo nel nostro dialetto, perché masticato nel suo uso, ma anche una certa letterarietà aveva questa donna una sua fante, la quale … era sciancata e un poco monca dal lato destro (Boccaccio), Non poter quei fuggirsi tanto chiusi, Ch’i’ non scorgessi ben Puccio Sciancato (Dante), Zio Mommu lo sciancato (Verga), oltre quello che si poteva aspettare dal bolso gonfio e sciancato uso moderno (Carducci). Una parola di dileggio si fa fregio lessicale grazie alla letteratura più adulta d’Italia e non è poco, direi! Di certo non è claudicante, zoppicante! Su due piedi, quindi, alla luce di questi grandi autori, Lamezia non può essere sciancata: anzi, nell’essere un tripode a tre arti (Sambiase, Nicastro, Sant’Eufemia), prenderà piede, ne sono sicuro!

Prof. Francesco Polopoli

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