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Intervista alla pugile lametina Maura Scalercio

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Maura Scalercio pugile

In una esclusiva intervista telefonica, direttamente dagli Stati Uniti d’America dove è stata impegnata in un meeting tra pugili italiani e statunitensi, la giovane pugile lametina Maura Scalercio ci racconta la sua avventura oltreoceano.

L’intervista

di Antonio Pagliuso

Maura Scalercio, classe 1995, già atleta della Group 15, scuola di pugilato lametina che ha funto da rampa di lancio per l’approdo al settore giovanile delle GS Fiamme Oro di Roma e da lì alla trasferta americana della quale parliamo. Maura, per te in questi giorni negli Stati Uniti due incontri: un primo a Youngstown, Ohio, e un secondo a Pittsburgh, Pennsylvania, contro la pugile americana Morelle McCain. Come sono andate le sfide sul ring a stelle e strisce?
«I due match sono stati molto differenti. Nel primo ho trovato difficoltà perché è stato il giorno dopo il nostro arrivo negli USA e l’emozione e la stanchezza hanno giocato un ruolo fondamentale in questo match in cui la vittoria è andata all’altra atleta, Morelle McCain, che tecnicamente era più forte e più veloce di me.
Il secondo match, sempre con la stessa McCain, è andato sicuramente meglio perché ero più allenata, riposata e concentrata. La vittoria è andata sempre alla McCain che ha portato colpi più puliti e precisi, però è stato un match in tre riprese vissute alla pari, dove ce la siamo giocata ed entrambe abbiamo dato tutto.»

In questi casi non è il risultato che conta, specie in uno sport dal forte impatto emotivo, ancor prima che agonistico, come la boxe. Ricordiamo che il meeting al quale hai partecipato constava di incontri sia tra uomini che tra donne. Siete stati accolti con entusiasmo dal pubblico americano?
«Siamo stati accolti con grande entusiasmo sia dagli americani che dagli italoamericani; in particolar modo a Pittsburgh, città dove vivono tante persone originarie della Calabria e dell’Abruzzo, emigrate in passato, che hanno tifato per noi anziché per la squadra americana.»

Senza aver paura di cadere in banali luoghi comuni, possiamo affermare con la tranquillità dei fatti che la boxe non è certamente uno degli sport più praticati per quel che riguarda il panorama sportivo italiano in rosa. In che modo ti sei avvicinata a questa disciplina?
«Sicuramente non è uno degli sport più in voga in Italia, ma in alcune città è molto praticato, come ad esempio Marcianise, da sempre la città del pugilato, che sforna ogni anno campioni a livello anche internazionale, e Roma, dove è molto seguito. Io mi sono avvicinata alla boxe grazie a mio fratello che è stato aspirante tecnico e mi ha fatto conoscere la società Group 15 di Lamezia Terme dove mi sono allenata per diversi anni, seppur con diverse pause.
Ho ripreso definitivamente nel 2016, anno in cui ho disputato il mio primo vero match a Reggio Calabria. Nell’ottobre dello stesso anno poi mi sono trasferita a Roma per studiare e qui ho avuto la fortuna di conoscere i miei allenatori e la società del settore giovanile delle Fiamme Oro. Questo ha rappresentato la mia svolta.»

La trasferta in terra americana è stata organizzata in occasione del Columbus Day che ricorda ogni anno la scoperta del continente americano da parte del navigatore italiano Cristoforo Colombo. Mettendo da parte per un attimo la sfera sportiva, che impressioni hai avuto da questo tuo primo approdo negli USA, cosa ti ha colpito maggiormente? Hai avuto modo di visitare qualche città?
«Sì, ho visitato sia Pittsburgh che Youngstown anche se il tempo a disposizione era davvero poco poiché ci siamo allenati ogni giorno per la preparazione ai match. Non è stato, d’altronde, un viaggio di piacere ma una trasferta sportiva.
Mi ha colpito l’organizzazione dell’evento in quanto gli sponsor e tutti gli organizzatori ci sono stati sempre vicini, non ci hanno mai lasciati soli e si sono preoccupati di ogni cosa. Un’esperienza assolutamente positiva e posso dire che da ora sento di avere una nuova famiglia in America.»

Hai qualche gesto scaramantico o qualche abitudine particolare prima di ogni match?
«No, non credo nella scaramanzia ma credo nel duro lavoro che faccio in palestra insieme ai miei allenatori Carmine Cirillo e Dario Vangeli, che oltre a concentrarsi sulla preparazione atletica mi aiutano a credere sempre di più in me stessa e nelle mie potenzialità.»

Un consiglio che daresti a una giovane ragazza intenzionata a entrare nel mondo del pugilato ma che non riesce a fare il passo decisivo.
«Certamente le consiglierei di avvicinarsi a questo sport come amatore, poiché per fare boxe in maniera agonistica bisogna esser mossi da qualcosa di più profondo, in quanto comporta essere atleti 365 giorni all’anno e seguire una stile di vita molto regolare che priva di molte cose ma che può darti tanto.
Da questo sport si può ricavare beneficio sia fisico che mentale perché aiuta a sfogarsi, staccarsi dalla quotidianità e a liberarsi dagli stress.
Il mondo del pugilato è un bel mondo, dove fuori dal ring si è amici e sul ring vige il massimo rispetto. A una ragazza che vuole avvicinarsi alla boxe consiglierei di non lasciarsi scoraggiare dal pensiero altrui che vede il pugilato come uno sport maschile e violento.»

Sogni per il futuro? Magari ritornare a lottare sotto il cielo a stelle e strisce?
«Il mio più grande sogno in realtà è diventare pilota di aerei ed è per questo che studio a Roma. Questo sogno va di pari passi a quello di ottenere grandi risultati in ambito pugilistico e sportivo e dunque spero di poter fare altre trasferte, magari nuovamente in America, sempre con la voglia di vincere.»

Antonio Pagliuso 
Foto Durmax Photo

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