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Iperconnessione, la “malattia” del futuro

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Prima di parlare di iperconnessione facciamo un gioco di fantasia

Immaginate che il vostro mondo, la vostra vita, il vostro lavoro diventi completamente dipendente dai likes che avete su Facebook, su Instagram o dal rating nel videogioco su cui spendete più tempo.

Il prezzo della vostra cena al ristorante, l’interesse sul mutuo della vostra casa, la possibilità di entrare ad una mostra. Tutto diventa subordinato alla vostra fama online….più il vostro valore sul web è basso più la vostra vita quotidiana si fa complicata, le porte si chiudono e tutto costa di più. Qualcosa di impensabile, di improbabile di anche solo difficilmente immaginabile. La puntata di Black Mirror “Caduta libera” prova a descrivere un mondo distopico fondato proprio su questo principio, con la vita reale subordinata ad un app a punteggi.

Per fortuna noi non viviamo una realtà del genere, non per ora almeno. Ma il mondo del web, con tutto ciò che vi è racchiuso al suo interno, sta permeando ogni giorno di più la nostra quotidianità. I social, le news, le email di lavoro, la messaggistica, i giochi, le app per incontrare l’amore. Tutto passa attraverso la necessità di essere connessi, presenti, costantemente online e mai offline.

Quello che però facciamo fatica a renderci conto è che anche il bisogno di essere costantemente presenti sul web può sfociare in un vera e propria dipendenza, rendendo di fatto la nostra vita subordinata alla nostra presenza online. Un po’ come la puntata di Black Mirror, ma autoimposta. Questo fenomeno, che negli ultimi tempi è drammaticamente cresciuto, prende il nome di Iperconnessione.

Per provare a comprendere meglio cosa sia effettivamente l’iperconnessione, noi di Inside Out abbiamo deciso di chiedere alla Dottoressa Lucia de Rose, psicologa clinica e digitale.

 Inside Out : Problema o malattia?

 Psicologa : Prima di rispondere a questa domanda proviamo a darne una definizione. L’iperconnessione è il bisogno incontrollato di rimanere online, indipendentemente dallo strumento utilizzato. Internet dunque ne è il core. Non rientra ancora nelle patologie che prevedono una diagnosi. Viviamo in una società iperconnessa e questo di per sè rende difficile capire quando ciò che inizia come routine può sfociare in vera e propria malattia. La vita ormai è online: il lavoro ma anche le interazioni sociali. Pensi che statisticamente la maggioranza delle persone non riescono a restare offline per più di un’ora consecutiva.

Inside Out :Abbiamo cioè il bisogno, come fosse una sigaretta per un tabagista, di connetterci a social, news, e-mail almeno una volta l’ora….

Psicologa: si ed è stato anche calcolato che più della metà della popolazione mondiale in possesso di un device portatile ( smartphone, tablet, ecc.) passa dalle 5 alle 7 ore al giorno online. 76 giorni. Significa che noi spendiamo 2 mesi e mezzo all’anno connessi online.

Inside OutMa allora come si fa a capire che si sta abusando del mondo di internet?

 Psicologa: Si possono individuare dei campanelli di allarme legati alla vita quotidiana e a come l’iperconnessione altera le nostre abitudini. A lavoro ad esempio, l’utilizzo smodato di Internet potrebbe compromettere gravemente la rendita lavorativa. Un altro aspetto rilevante riguarda il sonno. Molte persone iperconnesse soffrono di disturbi del sonno. Non si tratta solo dell’esiguo numero di ore ma soprattutto dell’impatto che ha nella qualità stessa del riposo notturno. Nei casi più gravi “l’astinenza” dall’iperconnessione può provocare veri e propri attacchi di panico e sensazioni somatiche quali mal di stomaco, senso di soffocamento. Si potrebbe riscontrare ad esempio quando si ha il device quasi scarico o non si ha campo. Questo fenomeno è noto come nomofobia, che letteralmente significa no mobile phone ossia la paura di rimanere senza smartphone, che ad oggi è lo strumento più utilizzato per connettersi.

Inside out: Con gli smartphone la prima cosa che viene in mente riguardo il mondo online sono i social network, indipendentemente da quale siano. E viene da pensare che l’iperconnessione sia un fenomeno strettamente collegato all’uso, o abuso, che facciamo dei social…

Psicologa: Questa è a parer mio una percezione erronea. L’iperconnessione è, come detto prima, il bisogno incontrollato di essere collegati online. Non è dunque un fenomeno esclusivamente legato ai social. Coinvolge ogni forma di utilizzo del web. Si può anche sentire il bisogno incontrollato di aggiornare sempre le e-mail o le news. Esplicativo in tal senso è il fenomeno della Fomo ossia la paura compulsiva di essere tagliati fuori dal mondo. La sensazione è quella che gli altri fanno tantissime  cose, il mondo va avanti mentre il soggetto sente che resta estraneo, tagliato fuori. Questo porta al controllo compulsivo degli aggiornamenti, non solo social appunto, ma anche delle news o delle e-mail.

Inside: Quindi non sono stati i social a creare l’iperconnessione?

Psicologa: Io penso che i social, ovviamente, lo abbiano reso più visibile come problema, ma non penso abbiano creato il problema. Le faccio un esempio. Si è calcolato che se sommiamo tutti i momenti in cui si controlla il telefono per lavoro (e-mail, messaggi, file) al di fuori dell’orario di ufficio, arriviamo a 240 ore in più di lavoro l’anno. Sono due mesi in più, soltanto sommando quei pochi istanti in cui controlliamo gli aggiornamenti di lavoro.

Inside Out: E suppongo che tutto questo col Covid si sia accentuato ancora di più….

Psicologa: Si e no. Ovviamente durante il periodo di lockdown abbiamo dovuto ricalibrare le interazioni sociali, il lavoro, le attività di svago in funzione di uno schermo. Ci siamo ritrovati ad essere catapultati in uno stato di connessione perenne, per necessità e per volontà. Ad oggi è plausibile che questo possa anche aver fatto scaturire una risposta opposta, ossia un bisogno di realtà e di necessità di tornare a vivere la vita reale. Ovvio però che con il Covid c’è chi potenzialmente ha iniziato a fare un uso maggiore del web. In definita è troppo presto per quantificare e qualificare oggi gli effetti della quarantena e del Covid sulle nostre vite e sul nostro rapporto con il mondo online.

Come già detto l’iperconessione non è ancora classificata come patologia, ma abbiamo riscontrato diversi modi con cui essa si manifesta. Oggi è molto famoso il fenomeno dell’Hikikomori, il fenomeno nato in Giappone per cui ci si rinchiude in casa, isolandosi dalla vita sociale. Ma l’Hikikomori, è una delle risultanti dell’iperconessione, non bisogna fare l’errore di sovrapporli. Soprattutto perché il fenomeno di origine giapponese è diffuso soprattutto tra i giovani, mentre l’iperconessione è un problema che non ha età. La Dott.ssa Lucia De Rose ci tiene a precisare “Non bisogna fare l’errore di associare i problemi di dipendenza dal web all’età, nessuno è esente.”