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Lamezia. Il Quadro Divino di Sant’Antonio da Padova, opera di Stefanoni

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Il Quadro Divino di Sant’Antonio da Padova, di cui è autore Giacomo Antonio Stefanoni, si può ammirare nella chiesa di Santa Maria degli Angeli a Lamezia Terme.

Giacomo Antonio Stefanoni, figlio primogenito di Pietro, editore calcografico attivo su Roma dall’ultimo decennio del XVI secolo, opera a Bologna nel secolo successivo. Di lui sappiamo essere un noto incisore oltre che pittore: diverse sono le acquaforti a tema religioso, principalmente “Madonna col bambino”, che riportano la sua firma.

Cappella Sant'Antonio allestita in occasione della Tredicina
La cappella di Sant’Antonio allestita in occasione della Tredicina

Nato a Bologna nel 1612, muore probabilmente nel 1646 in una località sconosciuta, due anni dopo la datazione del quadro allocato oggi nella Cappella di Sant’Antonio della Chiesa di Santa Maria degli Angeli a Lamezia Terme.

Si tratterebbe dell’unica opera pittorica attribuita all’artista di cui si sa ben poco: solo recenti ricerche hanno portato alla luce l’atto di battesimo che ha permesso di stabilire la data precisa della sua nascita e ha restituito il nome del suo padrino, il biturgense Cherubino Alberti, noto come Borgheggiano, anch’egli pittore e incisore che nello stesso anno sarà poi nominato cittadino romano dai Consoli e dal Senato dell’Urbe.

“Die 19 octobris 1612. Jacobus Antonius filius Domini Petri Stephanonii Vicentini, et Domina Virginae de Bettini Romanae Uxoris eius degentium in nostra Parochia ad Cursum, natus die 12 huius(mensis n. d. a.), baptizatus fuit à Reverendo Padre Silvestro Ocono, Clerico Regulari Minorum Curato, et susceptus aDomino Cherubino Alberto ex Burgo Sancti Sepulchri et a Domina Caterina Lopez Romana”.

Si tratta di un artista associato quasi sempre al nome del padre, la sua fama da incisore invece ci viene trasmessa da pittori del calibro di Guido Reni e Lanfranco.

Circa il Quadro Divino di Sant’Antonio di Padova troviamo riferimenti nello storico locale Giuliani della fine dell’Ottocento, riportati postumi dal professore Mario Panarello, in cui si fa riferimento a come il Vescovo di Nicastro, mons. Giovan Tomaso Perrone, diede il via all’opera di ricostruzione del Duomo di Nicastro a causa del sisma del 1638 adornando l’edificio sacro di opere appartenenti “al pennello del romano pittore Giacomo Stefanoni”.

La tela, commissionata dal sig. Gregorio De Fazio, devoto del santo, lo raffigura con l’abito francescano in linea con gli avvenimenti storici che vogliono il riconoscimento dell’ordine dei Cappuccini solo nel 1676 con l’emissione del decreto della Camera Apostolica, così come testimoniato da un documento conservato nella Casa del Libro Antico di Lamezia Terme, nella Biblioteca Oreste Borrello, del Fondo Cappuccini.

Il Quadro Divino

La figura è stante, slanciata  e con i simboli iconografici tipici legati al santo: il giglio fiorito nella mano sinistra e il libro sacro su cui poggia un bambinello che da un lato regge una sfera e dall’altro alza il braccio in segno di benedizione verso l’osservatore. Sullo sfondo aleggia un paesaggio campestre dagli orizzonti sfumati che si mescolano con gli azzurri poco brillanti del cielo.

La composizione è incorniciata da otto ovali che presentano scene in miniatura, piccoli gioielli che rimandano ad episodi miracolosi legati alla vita del Taumaturgo di Lisbona: si tratta di camei che possono essere letti singolarmente, nonostante nel loro insieme conferiscano una narrazione completa all’intera opera dello Stefanoni.

Sant'Antonio, Giacomo Antonio Stefanoni 1644
Sant’Antonio, Giacomo Antonio Stefanoni 1644

Ad inglobare il capolavoro è presente una decorazione marmorea policroma con doppie volute speculari adorne da foglie d’acanto dorate, mentre i due pilastrini che fanno da base riportano la data di esecuzione del dipinto, il 1644.

Il quadro, forse per la posizione non particolarmente in vista all’interno della cappella, è spesso dimenticato dalla folla di fedeli che soprattutto in questi giorni si reca nel santuario in onore di Sant’Antonio, ma rappresenta la sola testimonianza materica della maestranza pittorica di uno dei componenti di quella famiglia d’arte il cui nome è legato ai massimi conoscitori di antichità del barocco romano.

Felicia Villella

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