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Le finestre sono dappertutto

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Finestre, se non volevano farti guardare quello che succede dentro alle case non ce le mettevano: guardi dentro la finestra come l’ ostetrica dentro le gambe di una donna“.
Le finestre sono dappertuttoLa finestra di un balcone con tende bianche dalle quali in trasparenza emergono due figure racchiuse in un piccolo ambiente, con un tavolo da cucina (in realtà un pianoforte) e un vecchio televisore spento.
Questa é la scena di Pueblo, spettacolo di Ascanio Celestini andato in scena al Teatro Cinema Italia di Cosenza per la rassegna More, organizzata da Scena Verticale.
Pueblo, seconda parte di una trilogia della quale attendiamo il capitolo finale, parla di un giorno come tutti i giorni: e possiamo definirlo un racconto attraverso una finestra, quella famosa finestra sul cortile che ci mostra le tante vite, ci sono le strade, il supermercato e le tante esistenze con un destino sullo stesso cammino.
E Ascanio é lì, racconta, tenendo la scena egregiamente e mantenendo il pubblico attento ad ogni battuta per ben 80 min, con le reiterazioni letterali nel raccontare (tipico della drammaturgia di celestini), e si rivolge ogni tanto a Pietro (Gianluca Casadei) che suona, ora il pianoforte ora la fisarmonica (e con l’aggiunta della voce off di Alba Rohrwaker).
Poi c’è Violetta, chiusa in casa con sua madre, c’è Domenica, la barbona con una vita sempre in bilico con la morte, il supermercato e i lavoratori licenziati, lo zingaro di otto anni che fuma le sigarette, Saydh vittima dei videopoker.
“Pietro, io non so niente di lei, ma se vuoi ti racconto tutto” é così che iniziano i racconti di Ascanio, é così che prendono vita queste figure, questa gente del popolo, questo Pueblo.
Uno spettacolo che é storia, cronaca, romanzo, protesta e fa diventare matti (come dice la stessa voce della Rohrwacher) perché fa smettere di essere se stessi per aprire quella finestra e guardare quello che abbiamo davanti.

Valentina Arichetta
[photo credits ANGELO MAGGIO]