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Le virtù lametine in dialetto

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Il «conspectus vitiorum» di uno dei miei ultimi pezzi chiedeva a diritto, nel suo rovescio, la potenza linguistica elevata alle virtù: e i conti non sono mancati nei rac-conti paremiologici qui di seguito riportati. La matrice è la medesima: l’idioma lametino nella sua densità oracolare.

Del resto, non poteva mancare all’appello delle nostre osservazioni, dal momento che il vernacolo continua ad essere un «panta rei» dei più variegati stati d’animo grazie alle memorie biografiche di coloro che con sapienza ce lo porgono.

Rievocarlo è piantare un seme ovunque si cammini, per raccogliere il frutto secolare di generazioni in perenne dialogo fra di loro: persino nelle sue migrazioni si è fatto produttiva nostalgia di resistenza, fateci caso, nei due emisferi abitati del Globo tutto!

Ora arriviamo a noi: per le virtù teologali e cardinali la nostra tradizione non si è fatta proprio mancare nulla, vediamolo!

  • Fede: «’u sapimu tutti ch’ ‘a fedi unu u‘ss’ a pò ddari!», «lo sappiamo tutti che la fede uno non può darsela» partecipa una verità teologica stravolgente. La Grazia, malgrado sia implicitata, è al di fuori della questione umana: non è catechesi alla buona!? L’eterodossia serpeggia ovunque, ragion per cui bisogna stare attenti: «chi sa lu verbu i Ddiu e nun lu dici, ha di muriri ntr’a pici /chi sa lu verbu i Ddiu e nun lu mpara, ha di muriri ntr’a quadara». Questa frase fa parte di antiche giaculatorie, richiamandosi, molto verosimilmente, ai supplizi che si infliggevano agli eretici. «Chi conosce la parola di Dio e non la comunica, deve morire nella pece. Chi conosce il verbo di Dio e non lo insegna, deve morire nella quadara (bollito)». Che dire di «Ariu niattu», che sembra retro-comunicare, nella paura di chi lo pronunciava, a fronte di uno spauracchio, magari, la questione eresiologica legata all’arianesimo dei primissimi secoli del Cristianesimo!
  • Speranza: «simu ntre manu ‘i Ddiu, «‘mbrazza a Maria», nella loro intonazione fatalistica, fanno intendere un atteggiamento fiducioso, aggrappato alle preghiere del cielo. Vietato non sperare, poi: «chi spira sper’e e chi spirànza unn’ha, megliu mu mori», «chi respira spera e chi non ha speranza è meglio che muoia».
  • Carità: «’u beni chjama llu beni». La locuzione destina al bene, come buona pratica comunitaria. Una carità sociale, mi verrebbe da dire, benché valga il latino volgarizzato «prima ‘a Caritas e pua ‘a caritatis» con evidente ricaduta egoistica. Dalla realtà dei margini, di converso, si fa tesoro delle più apprezzabili regole auree: «a casa i pizzenti nun mancanu strozza (tozzi di pane)», «nel senso che gli indigenti si aiutano l’uno l’altro». Beati i poveri di spirito: lo applichiamo alla nostra piana dalle famose beatitudini della Montagna evangelica, già!
  • Prudenza: «‘un fhar’ ‘u passu cchjù lùangu d’ ‘a gamba!», «non fare il passo più lungo della propria gamba». Espressione che si usa col significato di “non imbarcarsi in un’impresa, senza tener conto delle proprie possibilità, delle proprie forze, e col rischio, quindi, di andare incontro ad un insuccesso”.
  • Giustizia: «‘un ti liticari ‘u stùartu» è un invito ad essere ragionevole. L’equità tocca il contraddittorio nelle conversazioni popolari: «paga llu giustu ppì llu piccaturi» è uno di quegli esempi di come, idealmente, si senta il peso dell’ingiustizia, dalla volta celeste agli affari di mondo e viceversa. «Circava gràzia e ha truvatu giustizia!», «cercava grazia e ha trovato giustizia!»: è l’equivalente di quel famoso modo di dire italiano, che fa riferimento a certi pifferai, i quali, andati per suonare, furono suonati. Insomma, un rovesciamento dei valori, cui siamo abituati dalle letterature distopiche di tutte le latitudini.
  • Forza: di due o più persone che diano uguale contributo al conseguimento d’un determinato obiettivo si dice che «fhanu fhorza ‘guala», ovvero che «producono forza in egual misura», impegnandosi con pari energia.
  • Temperanza: «Io vidi già… la faccia del sol nascere ombrata, Sì che, per t. di vapori, L’occhio la sostenea lunga fiata». Beh, non abbiamo nulla da invidiare alla memoria dantesca tutte quelle volte che diciamo: «tìani ‘nu pocu ‘i misura!». Col “tu” sottointeso dell’interlocutore destinatario è pur sempre un altro endecasillabo, o no!?

A conclusione di questo foglietto di idee, sapendo di averlo rispettato in una minima parte, rispetto al fascino del Tutto, porgo il filo di Arianna, «cum humilitate», perché lo possiate continuare.  Come sostenevano i nostri progenitori «ccu ll’aiùtu di Ddìu e d’ ‘i vicìni», quando, oltre alle proprie forze, ci si avvale di quelle dei nostri amici e conoscenti: loro sì che avevano l’oro in bocca, non si sbagliavano mai! Per questo mi siete preziosi, miei lettori virtuosi: in fondo la rubrica nasce dalle tante evocazioni che mi bussano quotidianamente in privato. La navigazione in rete fa spiaggiare sui miei lidi parecchi messenger in bottiglia: che dirvi di questa Grazia, oltre al mio minuscolo “grazie”?

Prof. Francesco Polopoli

Ringraziando Aldina Mastroianni, le cui osservazioni mi hanno fornito spunti propositivi di ricerca. Il buono viene sempre dal meglio, l’ho sempre pensato!