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Liliana Segre e la Shoah delle Memorie

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Liliana Segre

Liliana Segre

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha nominato senatrice a vita Liliana Segre, sopravvissuta ai Campi di concentramento, per “aver illustrato la Patria con altissimi meriti nel campo sociale”.

Liliana Segre
Liliana Segre

Il decreto è stato controfirmato dal Presidente del Consiglio dei Ministri, Paolo Gentiloni, che ha definito la solenne investitura “una decisione preziosa a 80 anni dalle leggi razziali”.
L’esordio di lei, in accoglienza al mandato, fa rima con le lunghe testimonianze affidate, in tante scuole, alle nuovissime generazioni, di cui ho l’impressione di percepirne l’eco perché testimone, attraverso i contatti presi al Don Milani di Bergamo, quando facevo parte della Commissione Eventi, come docente di Lettere: “Coltivare la Memoria è ancora oggi un vaccino prezioso contro l’indifferenza e ci aiuta, in un mondo così pieno di ingiustizie e sofferenze, a ricordare che ciascuno di noi ha una coscienza e la può usare”. Non solo: il suo cuore, a sentirla, ha una matematica con cui non smette mai di fare i conti, fateci caso, ascoltandola!
Il numero di Se questo è un uomo, quello sì, che se lo ri-corda, da sempre, anche  nel momento della sua elezione: il peggiore dei timbri, indegno di un film, che storia realmente è stata.
Ne La Tregua, per coinvolgerla indirettamente, Primo Levi ricorda un’esperienza vissuta a Cracovia nel 1945, quando, uscito da poco da Auschwitz, si trova a chiedere dove sia la mensa dei poveri ad un prete che non capiva né il francese né il tedesco.
E lei sembra farne parte, per condivisione, sommersa e salvata, quanto la fragilità di lui, dalla dignità del racconto, che non erra, nella selva oscura della disumanità:
Per la prima e unica volta nella mia carriera postscolastica, trassi frutto dagli anni di studi classici intavolando in latino la più stravagante ed arruffata delle conversazioni.
Dall’iniziale richiesta di informazioni (“Pater optime, ubi est mensa pauperorum”) venimmo confusamente a parlare di tutto, dell’essere io ebreo, del Lager (“castra”? Meglio Lager, purtroppo inteso da chiunque), dell’Italia, dell’inopportunità di parlare tedesco in pubblico (che avrei meglio compreso poco dopo, per esperienza diretta), e d’innumerevoli altre cose, a cui l’inusitata veste della lingua dava un curioso sapore di trapassato remoto.

(op. cit., 1992 [1965^1], pp.48-49)

Levi ha detto bene. Lo stile romano basta da sé a dare “un curioso sapore di trapassato remoto”: un fatto di coniugazione, a cui dobbiamo necessariamente  restituirci, sulla scia chi è Primo.
E nessuno meglio di chi aveva scritto “I canti di Ulisse” in Se questo è un uomo poteva sapere quanto sia proficua la lente del passato per leggere la realtà presente.
Il sermo ciceronianus, da una parte, e un’Odissea, dall’altra: insomma, la Shoah delle lingue classiche! Comunque, l’episodio raccontato ci dice di più: ci ricorda che la lingua latina – una lingua morta,  ma scritta per sempre – non è soltanto una risorsa per situazioni estreme come quelle in cui può incorrere un uomo scampato ad Auschwitz, ma è la madre dell’italiano, l’archetipo da cui discendono tutte le lingue romanze, quelle che messe insieme, saranno capaci di editare, per il bene di tutti, il romanzo delle tolleranze: Mai più, tra titolo e sottotitoli.
Un avverbio addizionale a difesa del genere umano.

Abbia a cuore, Senatrice, questa matrice!

Auguri!

Prof. Francesco Polopoli

P.S.: Un particolare ringraziamento alla professoressa Luciamaria Mercuri, guida per la stesura di questo mio modesto contributo.