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L’INFERNO E’ LA FANCIULLA

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All’inizio era uno studio teatrale indipendente: poi, riplasmato a quattro mani da attrice-drammaturgo Balivo-Dammacco, è nato L’Inferno e La Fanciulla, monologo (in) sospeso fatto della stessa materia di cui sono fatti i sogni e gli incubi.

È una vocina infantile ma affilata come una lama ad aprire la scena sotto un caleidoscopio di luci: e sono solo le luci, e la voce, a scandire il tempo, i dialoghi e la storia che raccontano quella che deve essere la più ardua delle imprese, prodromo alla perdita adolescenziale dell’innocenza, ovvero il primo giorno di scuola. La voce, il linguaggio: la prima spada che colpisce non è una semplice riproposizione di infantilismi, ma una lingua elementale non elementare, che sfuma il confine fra semplicità prescolare e diabolica e sottile alterità. È la declinazione di un paradigma sonoro e visivo potente quanto surreale, intrisa di allegorie e suggestioni di una sfida fra reale e irreale. Cosa succede quando l’aspettativa sbatte contro la realtà?

Da una domanda non discendono risposte, e lentamente lo spettacolo si trasmuta in altro: dalla relativa linearità della scolare bambina ad una discesa negli inferi (personali), tanto più inquietanti quando più sono accettati e condivisi. L’Inferno e La Fanciulla nasce perturbante, e si inquieta innestando parentesi quasi horror: sottolineando l’assurdo del quotidiano, Dammacco e Balivo sono poetici e spettrali attraverso piccoli quadri ora giocosi, ora clowneschi, spesso caotici, sempre drammatici. Mentre la discesa diventa ascesa, gli accadimenti si confondono e si passa da dentro a fuori, da reale a grottesco, da infantile ad infernale, e da ballerina da carillon la bambina si trasforma, inesorabilmente, in personaggio da incubo.

L’inferno E’ la fanciulla: è “sapere di dover chiedere il permesso e non volerlo”. Si rimane bambini perché non si vuole crescere, o perché non c’è possibilità di evoluzione? È la commedia che si recita ogni giorno, fin da quando si mette piede “in società” per recitare davanti al pubblico che sono gli altri. Il gioco meta letterario confonde e svela le carte, per confondersi alla fine in un inestricabile groviglio di significati e significanti: “è rimasta solo questa parte in questa Commedia?

Una danza sghemba che calpesta l’anima: prima ti attira, poi ti spinge giù. Nell’abisso.

 

 

GianLorenzo Franzì