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Luigi Miceli, il patriota radicale per tutta la vita

4 min di lettura

Miceli negli ultimi anni.

Una esistenza aristocratica spesa per la causa risorgimentale, garibaldino radicale, sarà deputato e più volte ministro delle politiche agricole.

Luigi Alfonso Miceli nacque a Longobardi (CS), il 7 giugno (altre fonti indicano il 30 giugno) 1824 da Francesco e Antonia Campagna, baroni di Sartano (CS). Anche se aristocratici, i Miceli da sempre erano antiborbonici e filofrancesi (il nonno paterno Alessandro partecipò alla battaglia di Maida del 1806, mentre il padre partecipò ai moti del 1821), e nonostante le repressioni soggiunte con la restaurazione borbonica, riuscirono ad inserirsi nuovamente nel tessuto sociale. Luigi crebbe in questo ambiente liberale, frequentò il liceo a Cosenza e si laureò giovanissimo in Giurisprudenza a Napoli, dove poi avrebbe dovuto seguire la carriera in magistratura.

Miceli da giovane

L’esperienza risorgimentale

Miceli però nel 1844, dopo aver visitato in carcere i fratelli Bandiera che in quell’anno fallirono il moto insurrezionale, decise di iscriversi alla sezione de I figliuoli della Giovine Italia fondata da Benedetto Musolino e partecipò con lui e Felice Sacchi ai moti del 1848 a Cosenza, per poi dover riparare a Corfù, assieme a Francesco Stocco, Raffaele Piccoli e Giovanni Nicotera per non essere imprigionato. Ritornato in Italia, andò a Roma per contribuire alla fondazione della Repubblica Romana (1849), di breve durata. Riparò a Genova, dove conobbe Giuseppe Mazzini, e dove nel 1852 seppe della condanna a morte in contumacia da parte del tribunale di Cosenza. Qui si mantenne insegnando lettere e diritto. Nel 1860 sbarcò da Quarto insieme a Giuseppe Garibaldi per partecipare alla spedizione dei Mille. Si contraddistinse per coraggio negli scontri di Calatafimi (15 maggio 1860) e di Palermo (27/30 maggio 1860), dove Garibaldi lo nominò Capitano di Stato Maggiore e avvocato fiscale del governo dittatoriale.

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La carriera politica

Miceli, avvenuta l’Unità nazionale (1861), rimase fedele al Generale Garibaldi e fu eletto deputato per la Sinistra nel collegio di Cosenza. Nello stesso si fece notare per alcuni discorsi appassionati, in cui criticò diverse storture del nuovo regno italiano come il fatto che la legislatura inaugurata non fosse la I ma seguisse la numerazione del parlamento del defunto regno di Sardegna (la VIII) e che il sovrano Vittorio Emanuele non mutò la numerazione del suo nome da II a I, così come si profuse in discorsi per la difesa delle libertà individuali solennemente sancite nello Statuto Albertino (1848), ma disdette dalla dura repressione del brigantaggio, che Miceli propose di far eseguire da milizie guidate da patrioti che conoscevano le realtà locali e non dall’esercito regio. Nel frattempo partecipò alla battaglia di Aspromonte (29 agosto 1862) dove fu impedito a Garibaldi di continuare la sua marcia per occupare Roma, che Miceli in parlamento criticò aspramente. Sempre nel 1862 a Cosenza promosse l’unione politica di garibaldini, mazziniani e liberali nell’Associazione Emancipatrice. Nel 1863 assieme ai colleghi Agostino Bertani e Giovanni Nicotera si dimise per protesta contro la dura repressione del brigantaggio in Sicilia scaturita dalla approvazione  della legge Pica e proponendo, per risolvere i disordini sociali emersi nel sud, una legge per la divisione dei fondi e una legge speciale sulla Sila (che sarà approvata soltanto un secolo dopo, nel 1950, dal governo De Gasperi). Nel 1864 si oppose alla legge conosciuta come Convenzione di Settembre, dove l’Italia prometteva ala Papato (e alla Francia sua tutrice) di rinunciare a Roma come futura capitale del regno. Nel 1866 lo ritroviamo ancora assieme a Garibaldi nella battaglia di Bezzeca, in Trentino (21 luglio), in veste di Capitano Maggiore, mentre nel 1867, dopo gli scontri a Mentana (3 novembre), criticò duramente l’incarcerazione di Garibaldi ritenendolo atto illegale. Nel 1870 sarà fra i più entusiasti sostenitori della occupazione di Roma, conclusasi con la Breccia di Porta Pia (2o settembre).

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Busto di Miceli sul Gianicolo – Roma

Miceli sarà deputato per ben undici legislature (dalla VIII alla XIX) per diversi collegi elettorali (Calatafimi, Sala Consilina) ma dal 1874 sempre per il collegio di Cosenza avendo per colleghi Bruno Chimirri e Francesco De Luca. In questi anni di intensa militanza politica associò l’attività giornalistica scrivendo per diverse testate quali Il Popolo d’Italia (ottobre 1860), La Riforma di Firenze (1870-marzo 1872), Il Roma di Napoli e Il Diritto di Torino.

Miceli ministro dell’Agricoltura e la morte

Miceli, spostandosi su posizioni moderate, con l’avvento della Sinistra al governo (1876), nel 1878 sarà ministro dell’Agricoltura nel III governo Carioli (1879-1881) e nei governi Crispi I e Crispi II (1888-1891). Fu anche vicepresidente della Camera dal 1886 al 1888. Non rieletto in occasione delle elezioni politiche del 1897, il 17 novembre 1898 fu nominato senatore del Regno di 3 categoria. Stabilitosi definitivamente a Roma, morì  il 30 dicembre 1906. La sua Longobardi gli ha intitolato una piazza, Cosenza una via, mentre un busto sul Gianicolo e un “Largo” sono presenti a Roma.

  M. S.

 

 

 

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