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Mons. Schillaci, vescovo di tutti, in visita a Scordovillo

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“L’amore è capace di raggiungere ogni realtà”. Con queste parole il vescovo Schillaci saluta il campo rom

LAMEZIA. Come annunciato nei giorni scorsi, oggi il vescovo di Lamezia Terme, mons. Giuseppe Schillaci, ha fatto visita al campo rom di Scordovillo, da decenni nell’occhio del ciclone senza che mai si siano viste delle politiche concrete a sostegno dei rom italiani che vi abitano. Insieme a lui, oltre al caldo, ai pregiudizi e alle reticenze, hanno varcato lo stretto ingresso del campo anche la speranza, i sorrisi e la consapevolezza di una realtà che esiste, nonostante tutto.

Accompagnato da alcuni volontari della Caritas, organizzatori dell’incontro, il vescovo è stato accolto dagli abitanti del campo che, tra ragionevoli titubanze ed esternazioni di gioia, hanno preso parte al momento di preghiera e, in alcuni casi, hanno aperto a mons. Schillaci le porte delle proprie abitazioni.

Ancora una volta a quasi un mese dal suo insediamento, il vescovo ha dimostrato d’essere il pastore di tutti senza rimarcare inesistenti differenze o infondate preferenze. Mons. Schillaci ha infatti sottolineato la necessità di accorciare le distanze tra gli uomini, perché è con la vicinanza che la prossimità si vede meglio. “L’amore è capace di raggiungere ogni realtà”.

Tra i vicoli delle casupole di latta e mattoni il vescovo è stato circondato dalla curiosità dei bambini che, come in ogni dove, sono stati i primi a rompere il ghiaccio avvicinandoglisi col sorriso, cercandone le carezze e le benedizioni. Accanto a loro gli adulti, spesso increduli e stupiti del fatto che qualcuno si sia preso la briga di far loro visita senza chiedere in cambio voti o servizi affini. E non poche sono state le lagnanze che don Giuseppe, il buon pastore, ha ascoltato con pazienza e comprensione. La gente al campo è infatti stanca d’esser trattata come merce di scambio, come il problema irrisolto che non lascia via d’uscita se non uno sgombero coatto con ruspe e odio. L’integrazione, questa sconosciuta, è dovere di chi sta lì dentro quanto lo è di chi vive fuori. “Carne c’è qua e carne c’è qua”, ha chiarito uno degli abitanti del campo indicando prima sé stesso e poi il vescovo, del quale stringeva ricambiato la mano. C’è delinquenza nel campo, c’è miseria e c’è fame, ma c’è anche bellezza e quest’ultima deve avere dalla comunità intera il sostegno affinché non rimanga sepolta da sporcizie fisiche e morali.

“Io non voglio vivere al campo”, ha dichiarato Cosimo Bevilacqua, spesso in prima linea per rivendicare i diritti dei rom, “Da qui se ne vogliono andare tutti. Fortunatamente sono uscito da qui e da quattro anni vivo fuori dal campo. Quando sono andato via, davanti ai vigili, ho distrutto la capanna. Il modo c’è per risolvere la situazione. Dicono che non devono esistere i campi rom, ma li creano loro spostando grandi gruppi di famiglie. In gruppo poi si forma delinquenza e altre situazioni negative. A volte”, ha concluso con una vena ironica, “una famiglia di rom è assai e due sono troppe!”

Mons. Schillaci ha ascoltato tutto con empatia, pur consapevole della complessità della situazione che altre sfere e altri ambienti saranno chiamati a decifrare e, si spera, a risolvere.

La visita del vescovo si è conclusa come è iniziata, con il suo ingresso nelle ultime casupole, le benedizioni sui bambini soprattutto e sui malati, le strette di mano e la tacita promessa di non dimenticare che tra quei cittadini italiani non vi sono solo ladri e delinquenti, ma albergano anche bambini, giovani, donne e uomini che da troppi decenni attendono risposte.

Daniela Lucia