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Non una di meno: un manifesto politico per chi si candida a governare la Calabria

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 LAMEZIA. Nel corso di un incontro al Chiostro, le attiviste del movimento Non Una Di Meno di Lamezia Terme e Provincia hanno presentato il manifesto politico indirizzato ai candidati alle elezioni regionali che si terranno nel prossimo autunno.

Di seguito il testo del manifesto: “Per una Calabria femminista, transfemminista, antirazzista, antiliberista.

Il movimento Non Una Di Meno, femminista, transfemminista, antirazzista e antiliberista da un luogo considerato marginale come la Calabria propone di assumere, nel bene e nel male, questo margine per una rilettura critica dei problemi politici che abbiamo davanti e che non solo come donne abbiamo interesse a risolvere. Il margine da luogo di esclusione, confinamento, scarto nel quale è precipitata la Calabria in questi ultimi decenni, vogliamo che diventi la lente attraverso la quale riguardare persone e luoghi, criticità e risorse, città e paesi, donne e uomini. Pensiamo innanzi tutto che senza una partecipazione attiva dei soggetti che in questo margine vivono nella costruzione di una Calabria migliore e alternativa a quella esistente, senza una comprensione e condivisione delle culture, dei valori, delle richieste di cui essi sono interpreti, non ci possa essere cambiamento possibile, riforma delle istituzioni, promozione dell’autonomia, della libertà, del benessere individuale, collettivo, dell’ambiente nel quale si vive.

La Calabria è ricca di storia, di tradizioni, di protagonismo di singoli e di intere collettività ai processi politici e sociali che in essa si sono formati.

Le donne calabresi hanno sempre lavorato dentro e fuori le case, hanno guidato famiglie decapitate dall’emigrazione, hanno creduto nel riscatto determinato dall’istruzione e dalla cultura, dal lavoro scelto e, quando non è stato possibile per sè, hanno perseguito questi obiettivi per i propri figli e figlie.

Hanno lottato per avere terra pane e lavoro, hanno perso la vita per questo, hanno lottato per la salute, hanno costruito percorsi di emancipazione e libertà di scelta nelle relazioni familiari, nella sessualità, nella maternità. Anche negli ambiti criminali, per se stesse e per i propri figli, molte donne hanno rotto complicità e silenzi, si sono ribellate, dissociate, pentite, hanno pagato anche con la vita il rifiuto della violenza e della logica criminale.

Dagli anni Sessanta del secolo scorso in poi le donne calabresi, sempre più numerose, hanno studiato anche a livello universitario e specialistico e oggi sono tantissime dentro e fuori la regione, nel mondo della scuola, dell’università, nei servizi sociali e sanitari, nei tribunali, nella pubblica amministrazione, nell’imprenditoria e nell’artigianato .Certamente molte sono ancora quelle che svolgono lavori  poco qualificati, sottopagati, precari, in nero.E’ lunghissimo l’elenco delle lavoratrici povere nei supermercati, nei centri commerciali, nelle cooperative dedicate alla pulizia di edifici pubblici, ospedali. Il lavoro precario, sottopagato è riservato anche a donne diplomate e laureate nelle strutture sanitarie private, negli studi professionali di commercialisti e avvocati e architetti, nelle scuole private, nelle cooperative del privato sociale. Tantissime il lavoro lo cercano senza trovarlo e poi ci sono le donne straniere che più di qualsiasi altra svolgono lavori umili e pesanti come colf, badanti, braccianti, commesse senza spesso nessuna garanzia e tutela.

I governi nazionali e locali da oramai troppo tempo hanno dissipato la risorsa rappresentata dalle nuove giovani donne, non hanno tutelato le più vecchie e hanno sfruttato senza misura quelle tra esse più fragili.

Oggi la pandemia ha evidenziato ovunque l’inadeguatezza del modello di sviluppo dominante, interconnettendo in negativo economie, servizi sanitari, organizzazione sociale al sud come al nord del paese. La Pandemia ha colpito in maniera sistemica il sud, la Calabria e dentro essa le persone storicamente più svantaggiate. Le donne ovunque hanno visto restringersi il loro spazio di vita, di autonomia, di lavoro, di sicurezza, senza che tutto questo diventasse un problema per la classe politica a tutti i livelli.

Noi dobbiamo rovesciare questa realtà e provare a disegnare un’altra Calabria, un’altra storia per le donne calabresi, un’altra umanità. Siamo convinte che innanzi tutto sia necessario creare un movimento ampio, partecipato, che riesca a rappresentare con autonomia ed efficacia le nostre istanze di cambiamento, la nostra lotta contro ogni forma di violenza e per il riconoscimento della libertà nell’orientamento sessuale, l’affermazione di una cultura inclusiva,aperta, rispettosa delle persone e dei generi.

Ma è altresì necessario che coloro che rappresenteranno la Calabria nella sua massima istituzione e nel suo Governo si facciano loro stessi promotori e promotrici di un cambio di paradigma e assumano l’inviolabilità del corpo femminile, la libertà e l’autonomia delle donne,la lotta alla violenza di genere,alla omofobia e alla transomofobia come principi inderogabili presenti in ogni ambito della politica regionale.

Anche se importante e non più rinviabile non ci basta il riequilibrio della rappresentanza nella assemblea regionale e nel governo della Calabria, non ci basta, anche se lo consideriamo fondamentale, avere più donne che lavorano in tutti i campi, più centri antiviolenza, più consultori, più asili, più servizi sanitari e sociali ambulatoriali e domiciliari pubblici.

Auspichiamo che si ridisegni, anche dal punto di vista  simbolico, l’organizzazione politica, sociale, sanitaria, urbana, lavorativa, scolastica, culturale della nostra regione in maniera tale da contrastare ogni forma di violenza , discriminazione, emarginazione, negazione di diritti per le donne e per tutti i soggetti che progressivamente sono stati infragiliti, impoveriti, resi invisibili da politiche di smantellamento dello stato sociale, di sfruttamento  dei lavoratori e delle lavoratrici, della natura, di negazione del valore delle singolarità e delle diversità.

Disegnare una nuova regione significa innanzi tutto creare le condizioni per la libera circolazione delle donne in ogni città e in ogni paese., modificando in tal senso la rete del trasporto pubblico locale, il sistema di illuminazione urbana ed extra urbana, i sistemi pubblici di protezione della sicurezza dei cittadini, delle cittadine.

Da anni oramai esistono in Calabria strutture gestite da associazioni di donne, a volte in consorzio con altre associazioni e con enti locali, deputate allo sviluppo di forme di aiuto e sostegno a donne vittime di violenza. Telefoni Rosa, case rifugio, assistenza legale e psicologica, protocolli per un corretto percorso delle vittime di violenza nei PS, nei tribunali. Queste esperienze vanno valorizzate, finanziate, coordinate, estese a un numero sempre più vasto di territori, arricchite con progetti di formazione rivolti a insegnanti, famiglie, operatori sanitari e della giustizia, con spot  rivolti al grande pubblico per promuovere una cultura del rispetto e del riconoscimento della soggettività e  libertà femminile, della inviolabilità delle donne e di tutti i soggetti ancora vittime di atti di violenza e di discriminazione.

Particolare rilevanza pensiamo debbano avere nel nuovo governo regionale politiche per favorire l’occupazione femminile a tutti i livelli, prevedendo contemporaneamente tutta una serie di misure per risocializzare il lavoro domestico e di cura, la cura dei bambini, delle persone non autosufficienti, malate croniche. il più delle volte a carico delle donne in famiglia: madri,mogli, sorelle, nonne, badanti. Non solo più asili, più scuole materne, più servizi ambulatoriali e domiciliari, più strutture semiresidenziali, ma è necessario ripensare tutto questo tutelando tutti i soggetti coinvolti, cercando di mantenere sempre una dimensione relazionale significativa tra essi, un intreccio di generazioni, avendo memoria di strutture di relazioni andate perdute, in famiglia, tra vicine di casa, di quartiere.

Insomma non più RSA, cronicari, nuove istituzioni totali, luoghi di segregazione, contenitori di ogni disagio, ma assistenza socio-sanitaria pubblica domiciliare e ambulatoriale, semiresidenziale, residenze piccole, aperte, autogestite, controllate dal pubblico, dagli stessi utenti, coordinate con i servizi sociali e sanitari locali.

Per favorire il lavoro delle donne e quello di tutti bisogna creare non lavoro povero, precario, ma lavoro con piena dignità e tutele, sicurezza. Particolare attenzione va posta al settore dei servizi, all’agricoltura, al commercio dove più numerose sono le lavoratrici, spesso straniere, meno tutelate. Bisogna creare vincoli per le imprese, per gli esercenti commerciali, per le cooperative di servizi, tali da garantire diritti e sicurezza dei lavoratori e delle lavoratrici, qualità per i destinatari dei servizi.

In sanità: sappiamo che il mal funzionamento della nostra sanità è largamente determinato dalla carenza di personale, da cattiva organizzazione, da una visione oramai inattuale del rapporto medico paziente , da una colpevole dimenticanza dell’importanza del mantenimento delle relazioni affettive durante le degenze in ospedale, da una cronica sottovalutazione dei conflitti di interesse con l’industria del farmaco e delle tecnologie sanitarie, dall’utilizzo del sistema sanitario per scopi privatistici, elettorali, per affari e ruberie. Le donne che lavorano in sanità sono tantissime. Bisogna tutelare quelle fra esse più precarie e sottopagate e promuovere la professionalità di tutte. Bisogna cambiare l’organizzazione, non solo il numero dei consultori, risignificandoli anche come luoghi politici e di partecipazione, degli ambulatori per la salute della donna, bisogna garantire a tutte la presa in carico pubblica durante la gravidanza e il parto, la piena applicazione della legge194 in tutte le strutture sanitarie pubbliche e convenzionate della regione.

La ‘ndrangheta utilizza la struttura familiare per la sua organizzazione interna, il codice patriarcale, le relazioni di dominio all’interno della famiglia, la subordinazione e la complicità femminile, tutti gli stereotipi della tradizione per scopi criminali, le donne come trasmettitrici dei disvalori criminali, come garanti delle catene di vendette. Da parte del governo regionale la lotta alla Ndrangheta si sostanzia anche di azioni volte a disvelare la falsità e la pericolosità dell’uso distorto delle relazioni familiari e del ruolo delle donne per il mantenimento della struttura familiare criminale, si alimenta di progetti che favoriscano la fuoriuscita dai circuiti criminali delle donne che prendono coscienza per sé e per i propri figli della realtà che le opprime, anche quando questa è stata in qualche modo accettata e condivisa, realtà che a fronte di facili vantaggi economici procura loro continui lutti e pericoli per la loro libertà e per la loro stessa vita.

Le donne in Calabria hanno fondato movimenti, associazioni, biblioteche, centri studio, riviste, case editrici. Librerie. Le donne calabresi sono scrittrici, pittrici, artigiane, professioniste di qualità, scienziate.

Bisogna saperle vedere tutte, fare tesoro della loro storia, delle loro esperienze, bisogna metterle in testa al cambiamento che si vuole realizzare

Senza le donne, senza il loro pensiero, senza una loro piena partecipazione alla vita sociale, politica, culturale, lavorativa della regione, non ci può essere nessuna vera alternativa”.

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