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Parenti Serpenti o della famiglia dissolta

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parenti serpentiLamezia Terme, 10 febbraio 2018, Teatro Comunale Grandinetti. In scena per la rassegna teatrale “Vacantiandu 2017/2018” con la direzione artistica di Diego Ruiz e Nicola Morelli e la direzione amministrativa di Walter Vasta, lo spettacolo Parenti Serpenti scritto da Carmine Amoroso, diretto da Luciano Melchionna e interpretato da Lello Arena e Giorgia Trasselli e da una straordinaria compagnia di attori.
Nel 2016 Parenti Serpenti ha vinto il premio come “Miglior spettacolo” al Festival Teatrale di Borgio Verezzi.

C’è una casetta piccola così, con una finestrella colorata. Una scala a chiocciola conduce ad un piano rialzato con una verandina sgarrupata pronta a diventare all’uopo camera da letto o osservatorio privilegiato. Qua e là decorazioni natalizie a creare un clima di festa e di attesa. Questa la suggestiva scenografia semovente firmata da Roberto Crea e immersa in una dimensione quasi fiabesca che suggerisce spazi invisibili come la cucina e la camera da pranzo e abbatte la quarta parete utilizzando la platea come naturale estensione del perimetro scenico. Accuratissimo il disegno luci di Luciano Palladino tra neri assoluti e fasci di luce e belli i costumi di Milla che ben si attagliano ad ogni personaggio esaltandone tratti psicologici e caratteriali. Felice anche l’impasto linguistico in cui risuonano il napoletano, il romano, il ciociaro, l’emiliano in un fil rouge che unisce l’Italia dal Nord al Sud fornendo, al di là delle apparenze, una fotografia impietosa della famiglia che non c’è più, uguale a tutte le latitudini.


Qui vivono e si muovono i protagonisti di questa commedia in rosa/nero che ruota intorno alle dinamiche e agli affetti familiari affrontando i temi della senilità, della malattia e della imorte. E sarà una cosa banale, usuale, borghese come le feste di Natale a scatenare il nodo drammatico.
Il testo di Carmine Amoroso, nella minuziosa e intelligente regia di Luciano Melchionna, acquista una lucentezza spettacolare e una forza drammatica nei cui vuoti interstizi si vanno a collocare la leggerezza, la comicità, l’ironia, la risata profonda, la riflessione registrando così le disfunzioni evidenti del mondo sociale di cui la famiglia rimane il nucleo fondante.
Saverio, interpretato da uno strepitoso Lello Arena in piena maturità artistica, è un personaggio che ha conservato l’animo giocoso di un bambino, la geniale follia di un inventore strampalato, la fantasia di un poeta dispettoso e la mente acuta di un filosofo. Affetto da demenza senile, vagola sulla scena come un orso smemorato con spaventati smarrimenti, piccole e patetiche ironie, solitudini di uomo/padre/marito che raggiungono la massima intensità espressiva nei monologhi. Una sorta di “teatrino della memoria” collocato in una dimensione metateatrale che potrebbe essere un sogno o una invenzione scenica. Ma questo non-luogo e non-tempo in cui si muove si trova, in realtà, oltre la soglia della morte.

Trieste, nella intensa interpretazione di Giorgia Trasselli, è una grande figura di Mater in continua oscillazione tra egoismo e amorevolezza. Archetipo femminile consolidato che racchiude in sé le funzioni di moglie, madre e donna di casa  ella è ventre e motore di tutto, in lei ognuno trova radici e rinascita. Donna decisa e concreta, poco incline a smancerie, è la vera “domina” della casa. Con Saverio vive un rapporto di reciproca dipendenza e di affetto profondissimo che si traduce in scaramucce e battibecchi di una tenerezza esilarante. Con i figli è accogliente e piena di attenzioni, prepara polpette e sbuccia mele ma senza le ansie della mamma-chioccia anche se un tempo è stata “iperprotettiva”.

Saverio e Trieste condividono la stessa visione del mondo e aderiscono al medesimo universo simbolico basato su sani principi e antichi valori che hanno cercato di trasferire ai figli. Ecco perché la di lei richiesta nei loro confronti è percepita come legittima ricompensa per una vita passata ad educarli, accoglierli e consolarli. E le parole di Trieste rivelano, con fermezza e cruda verità, l’incongruenza che esiste tra la paura della solitudine e la sacralità della vecchiaia.

E i figli? I figli sono quattro creature viventi della specie umana che inciampano nei problemi, scavalcano le catastrofi quotidiane, sognano il benessere, discettano di rivoluzione, rimontano le sconfitte, chiacchierano d’amore…
Due maschi e due femmine cresciuti a pane e storielle “Ve l’ho mai raccontato che i vostri nonni volevano che mi facessi prete?” dice Saverio in una delle sue coazioni a ripetere. Eppure come tanti giovani adulti si sentono ancora irrisolti. Alfredo, nella versatile interpretazione di Fabrizio Vona, è un professore che vive in segreto la sua condizione di omosessualità anche se la sua parodia del balletto delle Kessler sulle note di Dadaumpa o quell’accenno di nevrastenia femminea alla notizia del maraschino che non c’è potrebbero essere letti come “segni” del suo coming out finale. Andrea De Goyzueta ci offre un Alessandro accomodato e accomodante, inibito all’azione  e magnifico cornuto a cui si contrappone l’aggressività travestita da indolenza del cognato Michele interpretato da un ottimo Raffaele Ausiello.

L’attorialità femminile è affidata a un trittico, tre immagini allo specchio dove in ognuna sembrano riflettersi i connotati delle altre. L’identificazione della donna tramite i suoi rapporti con l’uomo ma anche con se stessa attraverso i sentimenti, i vizi, la rabbia, le illusioni, il sesso.
Marika De Chiara è perfettamente calata nel ruolo della fragile e sensibile Milena, rimasta vedova troppo giovane senza aver potuto soddisfare il suo desiderio di maternità. Serena Pisa è una vibrante Lina, sorella di Milena e moglie di Michele, affetta da una colite psicosomatica che la fa vivere in uno stato di costante malessere e che probabilmente scaturisce da una vita coniugale né soddisfatta né soddisfacente. Gina, moglie di Alessandro e amante di Michele, è interpretata da una effervescente Carla Ferraro che, nel suo egotismo esasperato e nel suo erotismo socializzato, ci regala il ritratto femminile forse più risolto.
Sulla rampa di scale che sale fino a quella verandina sghimbescia i figli compongono diversi quadri scenici in alcuni momenti clou dello spettacolo. La notte prima di Natale quando, come pastori adoranti, secondo la tradizione della Squilla rendono omaggio ai propri genitori baciando loro le mani. Il giorno di Natale durante il rituale scambio di doni e dopo il pranzo quando, decidendo del destino di Saverio e Trieste, verità uguali e opposte si fronteggiano come nelle grandi tragedie classiche ma piegate – in questo contesto – in lucida, a tratti beffarda, (in)consapevole, amara ironia.
Nessuna metafisica qui, nessun fato. Solo l’egoismo di quattro figli che, con un coro di sguardi, riescono a sovvertire, a depravare la prima e più profonda legge umana dei legami di sangue, della pietà familiare. Una scelta definitiva senza possibilità di redenzione.
A noi rimane l’ultimo fotogramma di una “sacra famiglia” mutilata e raccolta in una grotta attorno ad una stufa a gas mentre in platea, il suggestivo tappeto sonoro firmato dagli Stag, accompagna, in una nuvola di fumo, l’ultima esplosione di ipocrisia mascherata a lutto “È stata una tragedia!”.

Restiamo umani!

Bravi tutti.
Applausi lunghissimi.

Giovanna Villella

[foto di scena Ennio Stranieri]