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Ricordate “Soldi” di Mahmood?In Calabria siamo stati a cantarli prima di lui…

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Mahmood al Festival Internazionale del Giornalismo

«Quando c’erano i carrini tutti mi chjiamavanu Don Tumasi, finiti lì carrini quantu mi siantu chjiamari Tumasi Tumasi»

Beh, che dire! Quando fioccano gli spiccioletti (i carlini, per l’appunto) in tanti ti chiamano e ti riveriscono come se fossi il “Don Tommaso della situazione”: esaurito il gruzzoletto, la deferenza e l’ossequio si girano da tutt’altra parte.

Pertanto, se è vero che «pecunia impetrat omnia», cioè «che i gettoni ti rendono gettonatissimo», è altrettanto noto che la ruota gira a fasi alterne e che non sempre i venti sono così accondiscendenti: questa massima lametina invita ad una riflessione profondissima. Se da un lato i soldi sono una necessità per vivere degnamente, dall’altro è importante non dedicargli tutta la nostra vita trascurando tutto il resto.

Il denaro non ha un potere illimitato, soprattutto se pensiamo a quelle emozioni e a quei sentimenti che ci fanno apprezzare la nostra esistenza. Poi possiamo cantare tutte le serenate di questo mondo: l’importante è non essere stonati sul proprio senso di orientamento, che è soprattutto bussola di valori.

«Fhari sulu sciambarrìalli» può costare a lungo andare, fatti salvi i rapporti non opportunistici, intendiamoci! Ora, comunque, deliziamoci con una bella serenata calabrese:

«Cu’ trenta carrini m’accattai na vigna / mi l’accattai sopra na montagna / cui si scippò lo graspu e cui la vigna / povera vigna mia lavora e magna, / povera vita mia lavora e magna. / Tanta e tantu me pari un castello / cridennu ch’era ieu lu castillanu /ma dopo fatto priziusu e bellu / le chiavi mi spariru, bella, di li mani. / Titititititititititu / Stanotte ci su statu, /dumani notti puru, / nun minni vaiu mancu / si mi portano allu scuru. (2 volte) / Stanotte ci su statu / a durmì suttu u cavallu / nun minni vaiu mancu / si m’arresta u marisciallu. (2 v.) /Stanotte ci su statu / de cava cinque giorna /nun minni vaiu mancu / si mi spuntano li corna. (2 v.) / Lu ziu miu da mari / ca vurria la barba fatta / ma in mancanza di sapuni / si fice cu brodo di maccaruni. (2 v.) / Stanotte ci su statu, / dumani notti puru, /nun minni vaiu mancu /si mi portano allu scuru».

Cinquant’anni di storia bruzia nel festival della canzone popolare: qui è riportata una versione con flessioni dialettali attigue alle nostre ma non del tutto estranee; prova ne è persino un mio familiare ha provato a cantarci su senza alcuna difficoltà. Gemellaggi di sentimenti nel rosario delle belle città calabrese, mi verrebbe da dire: in circostanze come queste non si è mai in bolletta con quanto vale di più. La solidarietà, infatti, non ha a che fare con conti scoperti e squattrinati. Aveva proprio ragione Lucio Anneo Seneca nel dire che «non qui parum habet, sed qui plus cupit, pauper est», ovvero «povero non è chi possiede poco, ma chi desidera di più».
Prof. Francesco Polopoli

Ringraziando Vincenzo Ruberto per le squisite notizie che mi ha generosamente partecipato.