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San Martino: una fiabetta calabrese

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San Martino

El Greco, San Martino ed il mendicante

In qualità di circitor, Martino, prima di titolarsi Santo, tra il IV ed il V sec. d. Cr ., fu ispettore dei posti di guardia nonché sorvegliante notturno delle guarnigioni imperiali.

Durante una di queste ronde avvenne quella che mi piace chiamare «la rivoluzione copernicana del suo spirito».

Nel rigido inverno del 335, infatti, incontrò un mendicante seminudo: vedendolo bisognoso e sofferente, tagliò in due il mantello militare (la clamide bianca, praticamente!) per condividerlo con lui.

L’indomani vide in sogno Gesù che, rivestito della metà del suo indumento militare, gli faceva dire da parecchi puttini: «Ecco qui Martino, il soldato romano, non battezzato: egli mi ha coperto, quando io ero spogliato». Il risveglio fu sconvolgente, da lì a poco, quando l’uomo, nel ridestarsi, arrivò a tastare l’interezza del capo d’abbigliamento, che tempo prima, per solidarietà, aveva volontariamente stracciato.

Fin qui il look agiografico del nostro Uomo, passato successivamente, come era comprensibile, tra le file di nostro Signore: il buon Pastore a lui era passato da buon Sarto, con ago, e tanto filo da merceria! Si narra, comunque, che in seguito al gesto generoso di San Martino, improvvisamente, la tempesta ed il freddo si sarebbero placate e che la tregua dal gelo sia durata addirittura per qualche giorno.

Da qui viene l’espressione, ricorrente anche nei nostri tempi, “Estate di San Martino”, che indica il periodo, corrispondente alla seconda decade di novembre, nel corso del quale c’è un improvviso rialzo delle temperature. Tuttavia, dalle nostre parti, in Calabria, c’è una leggenda fiabesca che dà connotazioni diverse al nostro personaggio: credo che si tratti di un unicum in tutta Italia, perché non ho avuto modo, finora, di riscontrare qualche variante di questo genere altrove.

Racconta la Signora Di Francia, oriunda palmese, che San Martino era un bandito pericoloso, un mezzo brigante, insomma! Un giorno, sentendo un predicatore per strada, rimase talmente colpito dalle sue parole, da far convertire a bene ogni suo pensiero, parola ed intenzione. «Ama il prossimo tuo come te stesso: quello che non vuoi per te, non fare ad altri»: pare andasse ripetendo in ogni momento della giornata. Persino quando gli si presentarono alla porta di casa i soliti sgherri, con cui faceva manipolo di razzia, di gente in gente, ripropose la solita cantilena, tanto che quegli scagnozzi, pensando che li volesse prendere per i fondelli, gli spararono addosso con lo schioppo.

La moglie Annicella, appena si allontanarono, scavò una fossa nella cantina, seppellendolo sotto una botte di vino. Iniziò la fortuna per quella donna: perché, chiederete!?

La vedova, avendo notato l’inesauribilità liquorosa di quel recipiente, pensò di mercanteggiare profumatamente e, per poterlo fare in lungo ed in largo, partecipò la notizia di quello straordinario prodotto, ingaggiando fior fiore di banditori prezzolati. Dal momento che il fatto destò scalpore in tutto il territorio, per via del passaparola di ognuno, decise di intervenire il comando di polizia del circondario.

Si disseppellì l’area di quel seminterrato, venendosi a scoprire che il corpo sfatto di Martino (tra le altre cose, ricoperto da fiori di ogni tipo),  andava ad alimentare, quasi fosse una sorgente, tutta quella interminabile bevanda miracolosa: per lui, produttore e protettore del vivo, si celebrarono funerali solenni, mentre per la sua consorte la sorte fece un giro di boa, chiudendo  a tutti, sconsolatamente, le sue porte. «Pani e cipulla, e mai ’mbriaca, si non di paroli, porella, ma megljiu accussì!».

«Per San Martino si spilla il botticino», dice un nostro adagio popolare: per noi Calabresi questo proverbio, a valore aggiunto, s’incastona all’interno di una narrazione che ce lo rende pure vivo come santo-cortometraggio made in Sud by Muccino, pardon, Martino, volevo dire!

A Gabriella Colistra, il cui spirito storico-filosofico è un impagabile momento di e-learning. «Prosit», dunque, nel brindisi del «prodesse», che è del giovare.

Prof. Francesco Polopoli