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Si n’anima tinta…

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Si n’anima tinta…

Dell’anima sappiamo, a livello filmico, sia il peso che il colore: si pensi a 21 grammi (2003) di Alejandro G. Iñárritu o a Modigliani (2004) di Mick Davis

La riflessione dialettale di questo saggio prende spunto dalle sfumature cromatiche per trattare un’espressione che credo sia assolutamente singolare: «si n’anima tinta», ovvero «sei un’anima tinta». Cosa vorrà mai dire!?

Intanto, l’imbianchino tra pitture e decorazioni non c’entra qui assolutissimamente. Da una parte c’è chi pensa ad una derivazione dallo spagnolo “tinto” (“rosso”), la cui colorazione, come ben sappiamo, identifica un pregiudizio popolare (si veda, non a caso, la spregevole nomea, resa celebre in letteratura dalla novella verghiana di Rosso Malpelo).

Una bellissima indagine del Pagliaro, invece, ha messo in relazione la parola “tinta” al latino tinctus, usato nelle polemiche fra donatisti ed altre confessioni cristiane d’Africa nel IV sec. D. Cr.: se così fosse, il termine sarebbe un relitto eresiologico assimilabile al profilo di una persona reproba e malvagia.

Uno che «‘un bìdi luci ‘i Ddìu», per capirci, usando il nostro vernacolo, a mo’ di esplicitazione. A proposito, e mi taccio, persino Dante ne fa una caratterizzazione oscura: «un tumulto, il qual s’aggira Sempre in quell’aura sanza tempo tinta», «grandine grossa, acqua tinta e neve per l’aere tenebroso si riversa», della serie: non ci troviamo di fronte a persona buona e giusta, eh già! Che altro dire!?

Il dialetto è finanche liturgico, proprio così!

Prof. Francesco Polopoli