Trame.8 Sprovieri racconta il Che dimenticato e il giornalismo come ricerca

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Sprovieri ai giovani tramati: “Dire alle persone le cose che devono sapere, anche se non piacciono. Il giornalismo è questo”.

LAMEZIA. Qual è il compito del giornalista? Se lo chiede Alfredo Sprovieri, autore del libro Joca, il “Che” dimenticato. La vera storia del ribelle italiano che sfidò il regime dei Gorillas (mimesis edizioni). E se lo chiede davanti a un gremito gruppo di adolescenti messi in cerchio, ciascuno stretto nella sua maglietta di Trame, ciascuno intento a cogliere da quelle parole la scintilla giusta per alimentare il proprio cammino.

Succede anche questo a Trame.8. Succede che un giornalista, uno scrittore, un ricercatore della realtà decostruisca il suo lavoro per ricostruirlo insieme a dei ragazzi che hanno dedicato una settimana della loro preziosissima estate all’impegno contro le ingiustizie. I ragazzi sono i tramati, i volontari del festival ai quali lo stesso festival ha dedicato l’incontro con Sprovieri.

E qual è, quindi, il compito del giornalista? “Dire alle persone le cose che devono sapere, anche se non piacciono. Il giornalismo è questo”. Non ci sono mezze misure, per Sprovieri. Il giornalista “lavora con una realtà infarcita di bugie, non con la verità”. Tant’è che non deve raccontare la verità, bensì “decostruire le bugie indagando sulla realtà“.

Nasce su questo presupposto basilare la ricerca che il giornalista ha condotto su Joca, un giovane figlio di immigrati italiani in Brasile che ha incarnato l’anima della rivoluzione contro il regime tra gli anni Sessanta e Settanta. Una ricerca, quella di Sprovieri, durata dieci anni perché fatta di confronti, viaggi, traduzioni e verifiche che non potevano essere lasciate al caso o a letture superficiali. Tutto nasce una decennio fa con un comunicato stampa di una manciata di righe: da quelle parole stringate e forse anche infarcite di qualcosa che non era realtà nuda e cruda, Sprovieri si lascia ammaliare dal desiderio di conoscenza e inizia il suo viaggio che per durata, scoperte e incontri potremmo paragonare a quello di Ulisse di ritorno da Troia. L’Itaca agognata è, infine, la memoria tirata via dalle coltri dell’oblio. La memoria di un ragazzo, Joca, che sarebbe rimasto anonimo se quel comunicato fosse passato inosservato, se non ci fosse stato nessuno con abbastanza coraggio in corpo da compiere il viaggio. Sprovieri parla ai ragazzi di questo, esortandoli a pretendere di conoscere perché senza conoscenza non si può raccontare nulla, sarebbe come “parlare di un libro senza averlo mai letto”.

“Di loro non rimanga traccia”, tale fu la condanna del regime nei confronti di Joca e dei suoi compagni. Nessuna traccia sarebbe infatti rimasta se non ci fosse stato qualcuno intenzionato a compiere il viaggio di ricerca, a fare domande e a mettere in condivisione le risposte. Perché in fin dei conti è proprio questo che significa comunicare. Significa alimentare una minoranza etica che condivida conoscenze, che si incontri e si ascolti avviandosi verso il vero cambiamento. Avviene a Trame, ma dovrebbe avvenire nella vita di chiunque tutti i giorni, soprattutto nel nostro particolare momento storico dove è in atto un vero e proprio “attacco alla sfera pubblica” pertanto è necessario “riscoprire la parola resistenza”, magari proprio attraverso la comunicazione, attraverso le parole. Senza una simile riscoperta, finiremo sepolti da paure inconsistenti e irragionevoli. Ad esempio, “le mafie in Italia costano più dei migranti eppure non allarmano allo stesso modo”.

Perché?

Perché perché non comunichiamo la memoria, non la lasciamo parlare e non la poniamo a oggetto delle nostre ricerche. La memoria non è necessariamente solo passato, ma è (dev’essere) presente, dev’essere la volontà di “trasformare il lutto in lotta” finendo per parlare inevitabilmente di coraggio, quindi di cose belle.

Daniela Lucia

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