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«Teni llu mali d’᾿un ndo’: mangiari, sì, ffatigàri no!»

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«Ha la malattia del don: mangiare, sì, e lavorare no!»: si suole esclamare così a proposito di chi fonda il proprio prestigio sull’inoperosità

Noi in famiglia, a dire il vero, l’abbiamo battezzata la sindrome di Rocco, con un riferimento onomastico puramente casuale, a scanso di equivoci: di sicuro è contagiosa, quasi quanto l’attuale Covid 19, da Aosta a Canicattì (superando gli steccati di Feltri, per non sbrodarmi in infruttuose polemiche).

Un’osservazione mi preme farla: «ndo’», come storpiatura di «don» (a sua volta derivativo dal lat. «dom/inus», «signore»), è titolo onorifico riserbato, oltre che al mondo ecclesiastico, alle alte estrazioni sociali (basti pensare al manzoniano don Rodrigo, per avere un rincontro letterario immediato, ad esempio).

Qui voglio arrivare per qualificare il personaggio allusivo della nostra espressione popolare: il vernacolo lametino, giusto per sottolinearlo con ridondanza di fierezza, sembra la volgarizzazione del Giovin Signore di Giuseppe Parini (1729-1799), né più e né meno! Una prova!?

Eccone il risveglio cantato in endecasillabi dal poeta astigiano più satirico degli ambienti salottieri del Settecento (e poi tirerete le somme da soli!):

«Sorge il Mattino in compagnia dell’Alba / innanzi al Sol che di poi grande appare   su l’estremo orizzonte a render lieti / gli animali e le piante e i campi e l’onde. /   Allora il buon villan sorge dal caro / letto cui la fedel moglie e i minori / suoi figlioletti intiepidìr la notte; / poi sul collo recando i sacri arnesi / che prima ritrovàr Cerere, e Pale, / va col bue lento innanzi al campo, e scuote / lungo il picciol sentier da’ curvi rami /   il rudagioso umor che, quasi gemma, / i nascenti del Sol raggi rifrange. / Allora sorge il Fabbro, e la sonante / officina riapre, e all’opre torna / l’altro dì non perfette, o se di chiave / ardua e ferrati ingegni all’inquieto / ricco l’arche assecura, o se d’argento/ e d’oro incider vuol gioielli e vasi / per ornamento a nova sposa o a mense. / Ma che? Tu inorridisci, e mostri in capo, / qual istrice pungente, irti i capegli / al suon di mie parole? Ah non è questo, / Signore, il tuo mattin. Tu col cadente / Sol non sedesti a parca mensa, e al lume / dell’incerto crepuscolo non gisti / jeri a corcarti in male agiate piume, / come dannato è a far l’umile vulgo.

Parafrasi: «il mattino sorge in compagnia dell’alba, prima del sole, che poi appare grande all’orizzonte a rallegrare gli animali, le piante, le terre e i mari.

Il quel momento il buon contadino si alza dal caro letto che di notte è stato intiepidito dalla sposa fedele e dai suoi figli minori; poi, portando sulle spalle gli attrezzi sacri, creati per la prima volta da Cerere e da Pale, dee dell’agricoltura e della pastorizia, va lentamente con il bue verso il campo, e lungo il piccolo sentiero scuote dai rami ricurvi la rugiada, che, quasi come una gemma, rifrange i raggi del sole.

 In quel momento si alza il fabbro, riapre l’officina ricca di rumori e riprende i lavori non terminati il giorno precedente, sia che costruisca per il ricco preoccupato chiavi difficili da contraffare e congegni di ferro per rendere sicure le sue casseforti, sia che voglia incidere gioielli e vasi d’oro e d’argento come ornamento di nuove spose o delle mense. Ma come?

 Tu inorridisci sentendo le mie parole, e mostri in testa, come se fossi un istrice pungente, i capelli irti? Ah, non è questo, signore, il tuo mattino.

Tu al tramonto non ti sei seduto alla tavola povera di cibi, e ieri, alle luci del tremolante crepuscolo, non sei andato a dormire in un duro letto, come è condannato a fare il popolo umile».

Certamente, mi direte, il nostro aristocratico del secolo dei Lumi poteva concedersi il lusso di dormire sugli allori o riposare su sette cuscini ma oggi qual è l’alibi di tanti se non numerosissimi perdigiorno?

Intanto abbondano curricula googliani per schermare la fisica dell’inerzia, mentre regna sovrano il nulla effigiato da medaglie mediatiche. Felice-mente: l’avverbio della mente che mente…

Prof. Francesco Polopoli