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Un cuore puntaspilli. Sotto la lente

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Sotto la lente - Mara Larussa

“Quella volta in cui…”

Inizia così ogni punta di spillo che entra nel cuore, sottilmente, quasi fosse un leggero fastidio, che persiste, provoca dolore, talvolta logora e se spinto a fondo tocca i nervi della sofferenza.

Gli spilli, c’è chi li teme, chi li brandisce, chi li chiama piccole sofferenze.

Non bancarie, non corporali, ma del cuore.

Perché è solo lì che nasce, cresce e muore la sofferenza.

A dispetto d’essa, il dolore, foraneo, estraneo, scatenato dall’esterno può colpire dal capo al tendine d’Achille, senza portare sofferenza.

Salvo che la mano che infligge il colpo non sia la stessa che tira i fili del cuore.

Non siamo mai così indifesi verso la sofferenza, come nel momento in cui amiamo” insegnava Sigmund Freud, mai più vulnerabili di quando questa trae origine dalle nostre relazioni, ripeteva il padre della psicoanalisi ne Il disagio della civiltà.

Chi è dentro di noi, figli, amori, genitori, amici, è l’unico ad avere le armi più affilate per colpirci.

Parole fuori posto, dimenticanze, distacco, egoismi, quando messi in atto dalle persone “giuste”, rendono il nostro cuore un puntaspilli.

E se Khalil Gibran scriveva che “le anime più forti sono quelle temprate dalla sofferenza. I caratteri più solidi sono cosparsi di cicatrici”, dopo aver sofferto dobbiamo imparare ad essere i nostri migliori sarti, per tagliare ciò che è in eccesso e toglie grazia al nostro distinto essere.