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Antonio Saladino, Cesare Berlingeri: uno straordinario omaggio di un artista ad un altro artista che riesce a condensare e a coniugare nella dimensione dell’opera l’essenza di due percorsi di ricerca

Il più delle volte i critici propongono eventi, li costruiscono, li divulgano

Non sempre però. In questo caso sono stata testimone  e ne scrivo, evidenziandone la dimensione  valoriale umana oltre che,  naturalmente, artistica. Andiamo per ordine. Antonio Saladino, noto  scultore  e fine ceramista,  durante il lockdown, ha incrementato la sua produzione, implementando  di nuovi accordi formali  e linguistici il  suo  lessico, ma  non pago  ha rivolto la sua attenzione  al lavoro creativo di un altro importante  artista corregionale: Cesare Berlingeri, conosciuto per  la sua ricerca  linguistica  caratterizzata dall’invenzione  concettuale delle piegazioni.

Nella sua pittura piegata ogni suo singolo atto creativo declina il mistero  nella ripetizione delle pieghe, che promettono  di schiudersi  senza mai farlo completamente, ad infinitum. Saladino, affascinato  dalla sua ricerca, ne esplora  la densità e la bellezza delle opere, attratto dalle  tele  imbevute di colore, piegate più e più volte, dalle sue  forme al confine tra pittura e scultura. Le sue  pieghe, la loro plasticità corporea  vibrante di  interna energia, lo ammaliano come elementi vivi di un linguaggio con cui confrontarsi in un dialogo a distanza  tra due universi creativi: il suo e quello di Cesare.

Così dà inizio ad una preziosa  commistione di alfabeti: le sue forme mutili che evocano stratificazioni archeologiche affioranti dalle profondità del tempo storico incontrano le vibrazioni di materia cromatica nell’alternarsi  delle pieghe. Nasce così uno straordinario omaggio di un artista ad un altro artista, un’opera che condensa l’essenza dei due percorsi: l’opera modellata da Saladino, nel suo spessore sostanziale di sagoma,  accoglie una piegatura  di Berlingeri realizzata  in bassorilievo.

La tela piegata “Troppa luce per Vincent”, accesa di giallo, replicata nelle definizioni  plastiche del rilievo basso, ruotata di un quarto in senso antiorario rispetto all’originale, occupa la spazialità del suo torso scultoreo in una  germinazione di valori linguistici nuovi,  in una filiazione  di significati che travalicano il puro accadimento visivo,  fertili  di accordi ritmici in cui si gioca il destino  dialogico dell’opera.

Non sfugge all’attenzione che  l’opera originale di Berlingeri  è  essa stessa  omaggio evocativo a  Van Gogh, alla sua esistenza d’arte, cui mette fine nel giallo  abbacinante di un campo di grano; quindi, un’ opera che, a sua volta, si offre come prodigo momento sorgivo  per  altri incontri nei territori  dell’arte.  Il gesto creativo di Saladino plasma la materia, la duttile  creta,  modula,  per  risalti successivi, le pieghe, fino al graduale emergere dal piano di un’opera perfettamente leggibile, riprodotta nella lievità delle forme piegate, nella pienezza del colore. Pur nella fissità della materia scultorea, Saladino traduce l’essenza mutevole di un “universo in movimento”, quello di Berlingeri, in cui la geometria delle pieghe  si sviluppa nella ripetizione differente, nel tessuto poetico della variazione.

Ora, nell’alternarsi  di pieni  e di vuoti, di tenui dislivelli, la sostanza creativa rivela nuovi elementi sintattici costitutivi in cui si dispiegano partiture segniche  che dicono  dell’universo  artistico  di entrambi.

Concluso il processo di elaborazione dell’opera, il momento più intenso  diventa la sua  consegna a Cesare Berlingeri.

E lì, come critico, sono testimone di un incontro-scambio in cui  i due artisti si  raffrontano sui valori formali e comunicativi dell’opera, diventata luogo di confluenza tra repertori stilistici differenti, delineando segni e concetti all’origine di un’insolita ibridazione che  ha messo in campo valori  umani fondamentali, in  un omaggio che va ben al di là dell’opera stessa. In un periodo  sociale drammatico, in cui la distanza è diventata elemento basilare di tutela della salute, i due artisti hanno ritrovato  l’essenza generativa dell’opera  come  dimora di bellezza condivisa, in cui l’arte è valore salvifico che coniuga avvicinamento e compenetrazione spirituale. Non è poco!

Teodolinda Coltellaro