Vacantiandu. “La cameriera brillante” o del brillante gioco del teatro

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Vacantiandu. “La cameriera brillante” o del brillante gioco del teatro

Catanzaro, 30 marzo 2019. Ultimo appuntamento al Teatro Comunale con la rassegna teatrale Vacantiandu con la direzione artistica di Diego Ruiz e Nico Morelli e la direzione amministrativa di Walter Vasta. In scena la Compagnia teatrale de I Vacantusi, organizzatrice della rassegna Vacantiandu, con il suo nuovo spettacolo La cameriera brillante di Carlo Goldoni, regia di Imma Guarasci, realizzato in collaborazione con l’Associazione Maschera e Volto.

Una rappresentazione sulla scena simile ad una pittura su tela.

 

Il palcoscenico è la pagina di un libro in 3D sulla cui superficie si materiano i pochi elementi scenici cartonati in stile settecentesco che, caricandosi di inusitata suggestione, perimetrano i vari ambienti: uno specchio verticale con sgabello, un servo muto, una poltrona al centro, un orologio, una cassapanca e un trespolo con un vaso di fiori. Impalpabili e diafane tende a filo, simili a piogge di luce, disegnano tre porte immaginarie che scandiscono l’entrata e l’uscita dei personaggi e risolvono il rapporto interno/esterno, finzione/realtà scenica in un continuum spaziale tra quinte e palcoscenico. Sul fondo, dietro la tenda centrale, un tavolo in stile e dei panni stesi a indicare un cortile sul retro.

Una scenografia frutto della felice intuizione di Maria Faragò che trasforma il palco in una boîte à surprise foderata di quinte nere e attraversata dai guizzi di colore dei bellissimi costumi disegnati da Nataliya Kotsinska con qualche tocco di ironica sontuosità e dalle luci accurate e rigorose di Camillo Benzo. Una menzione speciale per il trucco di scena eseguito con sapienza e maestria dalla make-up artist Patrizia Michienzi.

Molto interessante anche l’uso di mezze maschere in cartapesta, “graffiate” di segni tipografici, che pur rievocando quelle delle Commedia dell’Arte, si trasformano via via in caratteri da commedia concorrendo alla riscrittura scenica delle pagine goldoniane.

La commedia fa parte della cosiddetta riforma goldoniana che mirava all’innovazione dei caratteri teatrali, a discapito delle solite maschere che limitavano l’analisi psicologica e comportamentale del personaggio. Il nucleo narrativo ruota, infatti, intorno al carattere di Argentina, la cameriera brillante che riuscirà ad ammorbidire il cuore del burbero padrone Pantalone e aiuterà le di lui figlie, Clarice e Flaminia, a convolare a giuste nozze con i rispettivi fidanzati, il nobile ma spiantato Ottavio e il parvenu Florindo. L’azione scenica si svolge a Mestre nella casa di villeggiatura del mercante Pantalone…

Ed eccola l’Argentina di Sabrina Pugliese entrare in scena con un meraviglioso abito policromo e muoversi leggera come Ariel ne “La Tempesta” di Shakespeare. Lei non cammina, danza saltella piroetta tra inchini e giravolte. Le braccia tese a tracciare grandi segni nell’aria o a dare ausilio al suo declamare mentre irretisce, irride, blandisce, parlotta, complotta con verve ed energia inesauribili. Decisiva nell’elargire consigli, anche spregiudicati, alle sue padroncine si dimostra anche maestra nell’arte (tutta femminile) della finzione calandosi nel ruolo di regista/capocomica e organizzando, nel terzo atto, una “commedia nella commedia” che coinvolge i personaggi in un mimetico scambio di ruoli tutto giocato su complessi equilibri emotivi e psicologici. Vivace, impertinente, scaltra e civettuola, Sabrina Pugliese è bravissima nel dare colore e spessore al proprio personaggio tratteggiandone femminilità, capacità di seduzione e potere di mediazione che la innalzano da serva a padrona incarnando, così, un senso di moderna emancipazione della donna. Unico appunto, in una interpretazione altrimenti impeccabile, la scelta registica di un timbro vocale basso e cupo che mal si attaglia ad un personaggio brioso e spigliato come Argentina.

Burbero, bilioso e irascibile il Pantalone di Nico Morelli in particolare stato di grazia. Coadiuvato dalla mezza maschera egli carica il personaggio di tutti i vizi della sua vecchiaia: sospettosità, inquietudine, avarizia mostrando una grande tenuta scenica con quel falsetto che tanto si addice al personaggio e la postura incurvata da vecchio rustego, sostenuto da un bastone come ultimo segno di comando, e scosso da sussulti di amore senile in cui il sentimento sensuale per Argentina si mescola con il sentimento del denaro che fa tintinnare, con una punta di lascivia, in un sacchetto appeso sotto la cintola.

Incipriata come una dama, la Flaminia di Angela Gaetano si presenta in scena con graziose movenze. Ella mostra un candore che si riverbera nel pallore del viso nimbato da una vaporosa parrucca bianca e nei riflessi serici del suo abito a bustier con ricami floreali. Dotata di straordinaria mimica facciale e sapiente gestualità Flaminia/Angela sa ben coniugare i tratti infantili e capricciosi di una bimba (adorabile la scelta dei calzettoni rosa confetto) con i desideri della donna in un alternarsi di ingenuità, stupori e lacrimevoli pene d’amore per il suo innamorato Ottavio. Financo la voce, colorata di modulazioni e variazioni timbriche che virano al birignao con quelle finali prolungate, concorre alla definizione psicologica del suo personaggio.

A far da contraltare alla dolcezza di Flaminia, la sorella Clarice a cui  Rita Scalzo imprime forte personalità. Un carattere focoso, il suo, anticipato da quel matronale abito rosso e dalla elaborata parrucca corvina che conferisce durezza e intransigenza ai tratti del volto. In conflitto perenne con Argentina a cui contende la benevolenza di Pantalone, ella brandisce il ventaglio come un’arma per mantenere la distanza sociale che conviene al suo rango. Altera e acida, con punte di femminea nevrastenia, è sempre in bilico nel suo amore per Florindo, uno zotico arricchito a cui dovrà concedersi per uscire dallo stato di zitellaggio permanente.

Cicisbeo superficiale, vanitoso, mutevole e millantatore l’Ottavio di Walter Vasta. Con le donne è volubile nella sua futile loquacità e svenevole negli atteggiamenti quanto risulta invece rozzo e ignorante il Florindo di Ruggero Chieffallo che ostenta la “nuova ricchezza” in un godibile mix tra il Don Rodrigo di manzoniana memoria e il Pirata dei Caraibi di Johnny Depp.

Delizioso con quel tocco da marinaretto il Brighella di Rosa Aiello nella sua dizione con inflessioni venete e nel suo esaltato gesticolare. Di grande effetto Nunzio Santoro nel rendere con sottigliezza le due personalità di Traccagnino e Giangurgolo. Funambolico come uno zanni, è fedele alla maschera di Traccagnino quando ammette che la sua maggior destrezza sta nel “magnar” ed è abilissimo nel cambiare personaggio e registro linguistico quando si cala nelle vesti di Giangurgolo in un ideale gemellaggio tra il Veneto e la Calabria. Ben tratteggiato anche il Padrone di casa di Vincenzo Muraca in continuo affanno tra l’esaltazione per le false, maliziose promesse di Argentina e le cocenti delusioni che ne derivano.

Bel finale con minuetto su coreografie di Emanuela Grillo.


L’adattamento contemporaneo e la regia di Imma Guarasci conferiscono all’intero spettacolo freschezza e levità in una dimensione di work in progress. Certo lo scavo psicologico di alcuni personaggi non è ancora profondo ma l’impegno di tutti gli interpreti favorisce una bella prova d’insieme dove alcune acerbità  e défaillance vengono compensate dalla solidità e dalla solidarietà di una Compagnia come quella de I Vacantusi che ancora una volta ha saputo mettersi in gioco con serietà e abnegazione misurandosi con un testo e con un autore che presentano non poche difficoltà e sul piano linguistico e su quello drammaturgico.


Applausi a tutti!

 

Giovanna Villella

[ph Ennio Stranieri]

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